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2013/05/31

Lo Schifo del Turismo Sessuale


Vi siete mai chiesti per quale motivo i voli diretti dall'Europa in Thailandia sono stracolmi di attempati uomini per lo più single, in gruppi, in comitive formate da persone con le stesse passioni?
No? Ebbene adesso vi illustro la situazione pertendo da una mia personale esperienza.
Tranquilli, la mia "esperienza" è quella di un viaggiatore che si trova, suo malgrado, a dover dividere parzialmente il volo verso casa con queste orde di assetati violentatori di ragazzine e ragazzini thailandesi.
Procediamo con ordine e calma.
Martedi 28 Maggio 2013, l'aereo di una famosa compagnia teutonica decolla in orario da Saigon, Vietnam, diretto a Bangkok capitale della Thailandia. A bordo il settanta per cento sono thailandesi che lavorano in Vietnam, un altro venti per cento turisti vietnamiti che sperano di trascorrere una bella vacanza a due passi da casa. C'e' da dire che fra Thailandia e Vietnam non esistono grandi differenze. Il vietnamita va in Thailandia per il gusto di poter dire d'esserci stato.
Il resto dei viaggiatori sono sia turisti che lavoratori che rientrano in Europa.

A Bangkok si scende tutti, riforniscono l'aereo, lo puliscono, sostituiscono l'equipaggio, tutto nuovo. La sosta è di poco più di un'ora.
Martedi 28 Maggio il gruppo più numeroso è costituito da un centinaio di uomini, per la maggior parte tedeschi e italiani, soli, apparentemente non si conoscono fra loro. All'imbarco occhiate sfuggenti, risolini, ammiccamenti. Appena a bordo ecco che viene fuori la verità. Nel 747-400 ci sono, in business e in prima classe tre coppie di sedili, in economica 3-4-3.
Accanto a me un uomo dall’apparente età di una cinquantina d’anni. È italiano. Io parlo con il personale di bordo in inglese, leggo un giornale in inglese, ho in mano riviste in inglese, il viaggiatore non intuisce la mia nazionalità. Capisce che se parla italiano io non posso capire. Siamo seduti nella fila di sinistra, io accanto al finestrino, lui sul corridoio. Alla sua destra un altro assatanato, anch’egli italiano. Dietro altri due, altri della stessa comitiva sono in classe economica. Al momento del decollo tutti ai propri posti, in silenzio e forse anche paura (non io che volo da trent'anni).
Decollo perfetto, quasi non ci si accorge che il mastodontico re dell’aria si solleva progressivamente nel cielo fino a non riconoscere più la forma della città immersa nel buio della notte asiatica. 

Entriamo nelle nuvole, qualche turbolenza, la spia “allacciate le cinture” resta illuminata qualche minuto più del solito, a bordo non vola una mosca.
Non appena la spia si spegne ecco che la vita a bordo rifiorisce, si riaccendono le luci, qualcuno si alza, il mio vicino di sedile si alza incurante dell’hostess che gli si avvicina con il vassoio delle bibite. Lui si ferma a chiacchierare con l’altro uomo nel primo sedile oltre il corridoio. Da quello che posso sentire parlano delle conquiste, delle vittime, delle povere, è il caso di dirlo, ragazze e non solo, che sono cadute sotto le fauci affamate di questi conquistatori sessuali che non provano alcuna vergogna in quello che fanno. Sicuri che nessuno li capisca parlano anche alzando il volume, un altro passeggero si avvicina, ascolta, poi partecipa alla discussione, ricordando particolari scabrosi, dettagli vomitevoli, parlano di ragazze ma anche di bambini, di giovani vite strappate alle famiglie per quattro soldi che per le famiglie delle giovani vittime rappresentano i bisogni di mesi e per gli orchi un pasto in un buon ristorante europeo e forse nemmeno quello. 

Mi vergogno per loro, sono certo che altri su quell’aereo dividono le stesse vomitevoli esperienze. Sono scioccato. Ancora di più quando scopro che anche i due attempati turisti, all’apparenza, tedeschi, hanno le stesse esperienze, conoscono gli italiani, ridono e scherzano insieme e quando il tedesco accenna a qualche parola in inglese dato il proprio livello limitato di italiano, gli altri lo zittiscono immediatamente, altri potrebbero capire. Si scopre così che sono ancora tanti gli italiani, nonostante ci siano le leggi contro questo tipo di reati, che continuano a recarsi all’estero, utilizzando vettori stranieri, per farla franca, per non essere riconosciuti all’arrivo, che viaggiano per cercare emozioni forti, un turismo sessuale che continua a crescere e che troppo spesso riguarda anche minori di età. In diverse zone del mondo, quelle più povere e in cui regna l’ignoranza. E dove a dettare legge è solo il denaro.

Che schifo, che schifo, che schifo.

Leggo su internet che il turismo sessuale avanza, quello relativo ai minori rappresenta ogni giorno che passa una fetta più importante del “mercato”. Sono diversi i Paesi dove con pochi euro è possibile comprare un bambino, la Thailandia non rappresenta l’unica piazza dei traffici abominevoli di questi maniaci del sesso con i minori, una vera orda di malati che vanno fermati al più presto, il Laos dove la povertà si sente, si annusa, si incontra a ogni angolo di strada, sulle vie del centro di Vientiane o nelle estreme periferie visitate ancora da pochi turisti la cui maggior parte sembra sia costituita da moderni orchi appassionati di sesso estremo con bambini di ambo i sessi, in questo trucido mercato del sesso e della violenza dei minori non ci sono grandi differenze. 

Che schifo, che schifo, che schifo.

Restano il Brasile, per esempio, la Repubblica Dominicana anche Haiti dove il terremoto ha contribuito a acuire il senso di disagio e bisogni della popolazione anche attraverso la vendita di giovani vite ai moderni orchi.
E poi Cambogia e Filippine. E nessuno fa niente: le autorità locali troppo spesso hanno altro di cui occuparsi. Conoscono il fenomeno, ma si voltano dall’altra parte: fanno finta di non sapere.

PS Alla fine quando stavamo preparandoci per sbarcare a Francoforte mi sono girato e ho salutato in perfetto italiano il maiale a fianco a me, è sbiancato come se fosse stato lavato col dixan.

Riscaldamento del pianeta? Bufala globale!


Nel 1988 uno scienziato americano della NASA, tale James Hansen disse ai parlamentari americani riuniti al Congresso, che il riscaldamento globale antropogenico era alle porte e che i suoi effetti disastrosi si sarebbero manifestati entro il 2100, il National Geographic azzardò un annuncio ancora più clamoroso: cioè che i ghiacci del polo Nord sarebbero spariti completamente, un grande mare nemmeno tanto freddo al loro posto, addirittura nel 2009. Spa-ri-ti. Che dire? Siamo nel 2013 e il Polo Nord sta ancora li, e ci siamo accorti, dato l’inverno che non accenna a finire, abbiamo anche notato che la primavera è praticamente inesistente e l’estate sospettiamo arrivi in ritardo (speriamo di no).
Al tempo tuttavia si impegnarono proprio tutti a venderci la più grande bufala che mente umana potesse mai concebire: Il Riscaldamento globale.

BUCO DELL'OZONO
All’inizio fu il buco dell’Ozono, se si fosse realmente verificato tale evento oggi i tumori della pelle e quelli superficiali avrebbero ucciso la metà della popolazione del pianeta, evento che, come sappiamo, non si è verificato. Basterebbe avere pazienza e aspettare fino al 2100 per vedere se realmente saremo in quella catastrofica situazione prospettata nel 1988: facciamoci un nodo al fazzoletto e riparliamone dopo le vacanze. Che poi non vi viene un dubbio? Quanti avrebbero potuto nel 1988 verificare se realmente la catastrofe si fosse avverata? Nessuno, nemmeno i nuovi nati di quell’anno avrebbero vissuto abbastanza (112 anni) da potersi ricordare la profezia e affermare con sicurezza che il Mr. Hansen aveva visto giusto. E se mi chiedete come poter fare fronte alla, a questo punto, imminentissima, disgrazia, non saprei proprio che ricette darvi.

Certo che l’annuncio deve aver rotto un bel po’ di uova nel paniere degli ambientalisti. Sicuramente li ha spiazzati non poco. L’ambientalismo è servito per decenni come migliore scusa per il controllo delle azioni dei singoli individui, ricattandoli con avvertimenti del tipo: fai questo per la salvezza dei tuoi figli o, se non ne hai, per la salvezza delle foche. Col riscaldamento globale è stato tutta un’altra forza:  fallo per la salvezza dell'intero pianeta, il tuo comportamento qui a Milano ha conseguenze a Pechino. 

Peccato che a Pechino l’aria è irrespirabile causa inquinamento, tanto che lo smog si potrebbe tagliare a fette come un formaggio molle, ma fosse solo lì, in tutte le maggiori città asiatiche ormai ha raggiunto livelli da guerra chimica. La gente si rinchiude in casa e sigilla con nastro adesivo le fessure di porte e finestre e quelli che non ne possono fare a meno si infilano mascherine e maschere antigas e si avventurano in motoretta super inquinante nei centri cittadini, peraltro soleggiati a differenza dei nostri ancora sotto la morsa del freddo inverno.  Quegli avvertimenti degli ambientalisti hanno anche il vantaggio di favorire il superamento dell’irritante ostacolo delle sovranità nazionali. Il riscaldamento globale, insomma, è la realizzazione perfetta del sogno ambientalista: esercitare il controllo totale sulla società e sui comportamenti individuali. Il problema del riscaldamento globale, poi, è così gigantesco che, in realtà, nessuna soluzione è sufficiente a risolverlo, e qualunque cosa si faccia non è mai considerata abbastanza: l’inutilissimo e costosissimo protocollo di Kyoto, ad esempio, è “solo un primo passo” mentre il secondo è stato quel simposio e congresso di Copenhagen che ha sancito come il cittadino, il singolo e non gli Stati sovrani, sono responsabili del degrado e quindi è giusto che paghino aumenti di tasse e balzelli per risanare le sole tasche di chi vorrebbe farci credere che solo così si potrà risanare il clima, che dire, il pianeta tutto. Ma per favore...
Se fossero veri i timori propagandati, la risposta dovrebbe essere una sola: non basta ridurre, ma bisognerebbe interrompere, senza se e senza ma, i nostri consumi delle risorse energetiche del pianeta. 

Se si vuole evitare che il clima impazzisca, anche le generazioni future dovrebbero astenersi dal servirsi di quelle che, a questo punto, “risorse” non possono più chiamarsi: la logica ambientalista, insomma, privando dello stato di “risorsa” l’oggetto delle attenzioni degli ambientalisti, toglierebbe a costoro il loro potere venefico. Ecco perché i primi passi sono tutto ciò conta: un veleno, per mantenere il proprio potere, deve essere somministrato in piccole dosi. Se no si muore avvelenati e addio potere. Invece, somministrata la prima dose politicamente accettabile di veleno, e digeritala, si passa alla seconda. La campagna sul clima è insidiosissima a questo proposito: si comincia col vendere l'imminente pericolo e la necessità di agire, quindi si prospettano azioni successive, tutte costosissime e totalmente inutili. Quando la loro inutilità sarà evidente, si dirà che non è stato fatto abbastanza, e che quello precedente era solo un primo piccolo passo. E via di questo passo: in ogni momento, naturalmente, la parola d'ordine è “agire subito”. Tutto questo mi ricorda la famosa pubblicità di un’altrettanto famosa crema per ridurre la cellulite delle donne, ma anche degli uomini, che ne soffrono. Come sappiamo la cellulite è causata da un anomalo accumulo di grasso adiposo in determinate aree del corpo, la natiche le cosce per le donne, la pancia e le maniglie dell’amore per l’uomo. 

Ora la convinzione che una semplice pomata possa guarire, quindi rimuovere quelle cellule grasse dal corpo altro non è che una pia illusione, e nemmeno tanto pia. Ora chi la prova è avvisato, anche nel corso della pubblicità che il non seguire pedissequamente i dettami e le regole applicative della pomata non porta i risultati sperati. Tralasciamo quello che dicono, noi sappiamo che in un campione di cento individui, venti avranno dei miglioramenti  non già per effetto della miracolosa pomata ma solo per mutate condizioni, autosuggestione chiamiamola, di alimentazione, un’altra ventina perché vengono aumentate le pratiche sportive per accelerare l’effetto (placebo) del miracoloso unguento e la rimanenza non vedrà alcunché per il semplice motivo che avranno sicuramente commesso degli errori che ne hanno inficiato l’efficacia. Funziona tutto a questo modo nel mondo. Non vi hanno forse raccontato le stesse storielle per vincere alla lotteria? O per diventare scrittori provetti? O per essere campioni di sci, di calcio o di lippa?

Ecco cosa dovevamo aspettarci, quelli del National Geographic hanno fatto cadere a terra molto dall’alto per donare all’evento maggiore enfasi, l’intera fiala di veleno: dobbiamo solo aspettare che agisca il suo effetto. Non possiamo più “agire subito’, perché non c’è nulla da fare: abbiamo solo da aspettare 3 mesi. Pazienza, quindi. E memoria. Ma i tre mesi di allora sono trascorsi senza che nulla succedesse, e allora?

PICCOLA ERA GLACIALE 
Da un po' di anni abbiamo inverni freddi e macchie solari che si sono ridotte, quindi sembra possibile una correlazione diretta, alcuni analisti non mettono però in dubbio l'esistenza del riscaldamento globale. L'inverno che ancora non se ne vuole andare è stato freddo, con nevicate abbondanti e temperature a lungo sotto lo zero in gran parte dell'emisfero settentrionale. È fuorviante dire che siamo alla vigilia di una nuova era glaciale ma, secondo alcuni scienziati britannici, il calo delle temperature medie invernali potrebbe essere collegato alla diminuzione dell'attività solare, come già avvenuto circa 350 anni fa quando, in corrispondenza della diminuzione e in alcuni anni della scomparsa delle macchie solari, iniziò la cosiddetta "piccola era glaciale".

MINIMO
Alcuni studiosi non coinvolti con Al Gore (meno male) ritengono che esista una connessione tra la scarsità di macchie solari e le condizioni atmosferiche. Questi ricercatori, in uno studioapparso su Environmental Reserarch, si sono avvalsi dei dati registrati dal Cet (Central England Temperature), che risalgono fino all'epoca del Minimo di Maunder, un periodo compreso circa tra il 1645 e il 1715, durante il quale le macchie solari scomparvero quasi del tutto, che coincise con la parte più fredda della piccola era glaciale. In questo lasso di tempo l'Europa, l'America settentrionale e anche l'Asia, subirono inverni decisamente freddi e secondo gli scienziati sta accadendo nuovamente qualcosa di simile.

MACCHIE SOLARI.
L'attività solare nel corso dei millenni ha sempre avuto la tendenza ad aumentare lentamente per un periodo di trecento anni per poi decrescere velocemente nel corso di un secolo. La diminuzione di attività attuale è iniziata nel 1985 e al momento siamo a metà strada verso le condizioni del Minimo di Maunder. Le macchie solari sono aree della superficie del Sole che appaiono più scure del resto della nostra stella, a causa di una temperatura minore rispetto a quella circostante. Il numero delle macchie è correlato con l'intensità della radiazione solare. Negli ultimi cinquant'anni sono stati registrati i valori più elevati.

CORRENTI A GETTO
 La scarsa attività del Sole causa un blocco delle correnti a getto, ovvero i forti venti che soffiano a 7-12 chilometri al di sopra della superficie terrestre. Ogni emisfero ne ha una alle alte latitudini e una meno intensa verso l'equatore. Quando la corrente che riguarda il nostro emisfero viene bloccata, sull'Europa arrivano gelidi venti dall'est. (Vi ricorda qualcosa?) E non a caso scritti risalenti al periodo del Minimo di Maunder testimoniano proprio la presenza di forti venti orientali durante gli inverni più freddi, il che rappresenterebbe una conferma delle conclusioni dello studio di questi ricercatori indipendenti. La ragione per la quale il Sole causa l'attenauazione o il blocco di una corrente a getto sarebbe collegata alla quantità di emissioni ultraviolette prodotte dalla stella. I raggi ultravioletti riscaldano la stratosfera, in particolare quella equatoriale che si estende da 20 a 50 chilometri sopra la Terra, dando origine a venti d'alta quota. Altri studi hanno dimostrato che le condizioni di riscaldamento della stratosfera influenzano ciò che avviene nella troposfera, che è lo strato dell'atmosfera nella quale agiscono le correnti a getto.

RISCALDAMENTO GLOBALE
E' bene ricordare che l'inverno che ancora non trascorre è stato catalogato come il quindicesimo più freddo degli ultimi 160 anni in Europa, ma in realtà viene anche classificato come il quarto più caldo di sempre. Il 1864 fu l'anno con le temperature invernali più rigide, ma l'anno successivo, ancora in una fase di scarsa attività solare, fu registrato il terzo inverno più caldo dei 351 anni di dati del Cet.


Tutte e quattro le agenzie che registrano la temperatura della Terra, tre in Usa e una in Gran Bretagna, riferiscono che questa è diminuita di 0,9 gradi Celsius nel 2012, il cambiamento più rapido finora registrato con strumenti, che ci fa tornare alla temperatura del 1930. ''Se la temperatura non torna presto a risalire, dobbiamo concludere che il riscaldamento globale è finito”.

2013/05/22

2013/05/21

Vietnam


Titolo breve e significativo. Il Vietnam è diventato negli anni una meta ambita per tutti quelli che vogliono trasformare il turismo consumistico in una forma di turismo densa di contenuti, anche storici. Il Vietnam nazione del Sud Est Asiatico strategica area geografica che si posiziona fra l’Australia e il Paese di mezzo altrimenti detto Cina. Certamente è anche lo stesso di certi tragici ricordi di guerre, distruzione e morte, ormai patrimonio di un lontano passato, possibilmente da dimenticare. 

Parliamo dunque di questo Vietnam, quello della gente gentile, sorridente cascasse loro il mondo addosso, sempre disponibile verso lo straniero purché dotato di portafogli sempre pieno di profumati dollari, guardacaso degli euro non sanno che farsene. Per un vietnamita il turista, oltre a essere un portafogli con le gambe, rappresenta un bene da preservare, da coccolare, da salvare. Evidente il riferimento al portafogli ma non solo.

In questa mia ultima fatica voglio parlarvi del viaggiare in Vietnam. Il viaggio in questo lungo e stretto paese è possibile con qualsiasi mezzo ma solo due di questi possono essere considerati con la dovuta importanza in quanto tutti gli altri non rientrano ne nei nostri standard ne nella convenienza a causa delle velocità non certo ottimali, ne delle condizioni di sicurezza senza tralasciare la pulizia.
Restano i mezzi stradali, i cosiddetti van come li chiamano qui a 16, 26 o 50 posti e gli aerei. Diciamo subito che l’aereo riveste una importanza strategica per questo paese, sia per la tempistica veramente ridotta rispetto al mezzo alternativo su strada, sia per la sicurezza. L’aereo va dunque preferito a un trasferimento su strada quando le distanze sono oltre i 250km, ma se il turista vuole “vivere” il viaggio è il torpedone, mi si conceda un termine puro con rimembranze autarchiche, quello che gli permette di vivere al meglio il viaggio di scoperta intima di questo affascinante Paese asiatico. 

Le principali città del Vietnam sono quattro, da nord a sud: Ha Noi, Hai Phong, Da Nang, Ho Chi Minh City, nota in passato come Saigon. A queste si aggiungono altre non meno famose, dotate di un tessuto urbano considerevole eppure meno catalizzanti delle prime quattro. Possiamo quindi aggiungere: Nha Trang, Hué, Vinh, Than Hoa.  Da Nang dista da Ha Noi circa 900 km, l'aereo e' il mezzo piu' adatto, stesso discorso da Saigon a Da Nang, 870 km, anche in questo caso spostarsi in aereo rimane la soluzione piu' facile, ambita.
Hai Phong dista poco meno di 150 km da Ha Noi ma oltre 1500 da Saigon, mentre Nha Trang quasi 500 da Saigon. Inutile fornire altre cifre, Ha Noi e Hai Phong sono a nord, Da Nang e Hue al centro, distanziate da un paio di centinaia di km, tutte le altre si trovano a sud. Impensabile attraversare tutta la nazione in auto, treno o torpedone per raggiungere le vostre mete a meno che non siate propensi al sacrificio o costretti da bagagli particolari.

Chiarito il dettaglio salto a pie' pari al mezzo d'eccellenza in Vietnam: l'aereo.
Va detto che i vietnamiti, parlo di chi tiene i fili del comando, hanno, letteralmente, un sacro terrore dell'aereo. Non intendo dire che non volano, semmai che possa cadere un apparecchio provocando vittime. Molti voli importanti trasportano ogni anno milioni di turisti, quanti ne arrivano principalmente dall'Australia e New Zealand, Stati Uniti e dall'Europa. E meno male direte voi, qualcuno pensa ogni tanto alla sicurezza e non solo ai ricavi. Certo, per questo motivo tempo fa, è capitato a me, l'aereo su cui viaggiavo ebbe un problema, il pilota informò i passeggeri che si tornava all'aeroporto da cui eravamo decollati, poi ripartimmo e ritornammo a terra credo sempre per lo stesso problema. Altro decollo e altro ritorno dopo di che non tentai la sorte per la quarta volta e cambiai aereo. Il motivo era sempre lo stesso: tutelare i passeggeri, anche a scapito delle tempistiche, anche a scapito delle coincidenze. Nel mio caso la metà dei viaggiatori era inviperita, tutti avevano perso le varie coincidenze, tutti auspicavano di venir riprotetti su altre linee ma, si sa, certi voli verso altri continenti si ripetono su base settimanale, essere riprotetti significava doversi sorbire un numero imprecisato di voli di grandi e piccole compagnie non sempre allo stesso livello, un livello accettabile, per sicurezza e affidabilità, un incubo da evitare assolutamente. Attenti dunque alle coincidenze.

Forti di questo sano principio gli aerei della Vietnam Airlines non volano se fuori piove a dirotto, se i nuvoloni scaricano tonnellate di acqua per secondo, abbastanza normale si dirà, succede in ogni altra parte del mondo. Certamente, ma in Vietnam non informano il passaggero, così esso si ritrova in attesa di un volo che doveva partire ma non parte, di un aereo che doveva arrivare ma non arriva e non pensiate che sia un’eccezzione, no, è la regola. In questo ultimo anno ho percorso la tratta Ha Noi / Da Nang con regolarità, quasi tutti i fine settimana li ho trascorsi a Hoi An ridente cittadina situata lungo le rive del fiume Thu Bon, nominata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, meta preferita di milioni di turisti ogni anno. E non solo, quando le esisgenze di lavoro lo richiedevano mi dovevo sorbire il trasferimento obbligatorio da Ha Noi a HCMC (Ho Chi Minh City) e da li a Sydney e poi a Brisbane, e questi aggiungevano patemi e arrabbiature.

In un anno un solo volo è decollato in orario micronometrico, quasi che fosse un orologio svizzero o un bullet train giapponese. Uno sugli oltre trecento voli, una percentuale di probabilità infinitesimale, lascio a voi il calcolo, ci siamo capiti. 

L’ultimo episodio venerdì scorso. Rientravo a Da Nang e da li a Hoi An dove ho casa. Per non avere problemi di imbarco, di liste d’attesa sconosciute dell’ultimo momento, per non essere prevaricato a causa del bagaglio a mano pesante e non sai mai che altro ti aggiungono su, quasi come quando giochi a briscola e ti ritrovi fra capo e colo un carico da undici, ecco che, per non avere tutti questi problemi ho acquistato un biglietto in business class. Non v’allarmate, business class a livello di un volo nostrano con una compagnia low cost, sessanta euro o poco più che in una tratta lunga come la Milano Roma non costa nemmeno come un posto in stiva. 
Arrivo in aeroporto e mi dirigo prontamente al lounge diritto esclusivo di chi possiede tale biglietto da eletti. Attendo le mie brave due ore, perchè la regola dice di arrivare in aeroporto un’ora prima il decollo, il mio autista è stato veloce e mi ha scodellato davanti all’aeroporto un’ora in anticipo, poco male, al lounge le attese son sempre piacevoli. Nel buio, senza finestre, dell’attesa, consumo il tempo fra gustosi manicaretti fruttacei e letture amene sul computer, lavoricchiando un po’, scrivendo il mio libro nel tempo che resta. 

Allo scadere del tempo e giusto dieci minuti prima dell’imbarco mi avvio al gate, scoprendo che il volo ha cambiato location, dal numero 2 al numero 9 che, in un aeroporto come Noi Bai equivale a scendere una scala di 30 scalini, attraversare un sottopassaggio lungo un centinaio di metri, risalire una scala di 30 scalini e ritrovarsi nella seconda fetta di scali nazionali. Una volta arrivato riconosco subito il mio gate a causa della lunga fila di viaggiatori in attesa. Mi avvicino al bancone e scopro che il volo ha subito ritardo, un quarto d’ora. Ok, non sono preoccupato, aspetterò. Passa il tempo, arriva l’orario previsto ma nulla succede, nel frattempo fuori piove a dirotto. Arriva qualche aereo, qualcun altro parte ma tutto tace. Altra lunga attesa e lo schermo cambia l’ora di decollo, questa volto le 19:40, un’ora e quaranta di ritardo. La gente s’inviperisce, una cacofonia di grida, lamenti, incavolature, gente che sbraita, si anima, inveisce e... e loro imperturbabili, sorridono, non si preoccupano o forse lo sono veramente ma non te lo fanno vedere, l’ordine proviene dall’alto. Fuori intanto continua a piovere, il nostro aereo, o almeno quello che pensavamo fosse nostro parte, se ne va, non si sa se pieno di passeggeri o meno, era li davanti al nostro gate, a un certo punto sparisce in silenzio, nessuno se ne accorge se non quando lo schermo cambia ulteriormente l’orario di partenza, alle 20:15, altri 35 minuti inspiegabili visto che nulla all'esterno si è modificato.

In sala imbarchi la tensione è alle stelle, la gente urla, si formano accrocchi di persone che gesticolano, gli addetti alle partenze non sanno più che fare, spiegano, discutono, a volte sorridono e tutti, ma proprio tutti, attendono un ordine che dovrebbe arrivare ma che difetta. E poi l’apoteosi, blackout, tutto buio, salta la luce, si ammutoliscono gli schermi, saltano le luci d’emergenza, siamo al buio nero, buio fuori buio dentro. Le mani corrono veloci ai portafogli, alle tasche a proteggere perché in simili frangenti la prudenza non è mai troppa. Venti minuti di passione e poi torna la luce. Un’altra ora di attesa, alle 21 viene annunciato l’imbarco, decolliamo alle 21:15, tre ore di ritardo e nessuno ha mai capito per quale ragione. 

Questo è il Vietnam, benvenuti nella perla (perennemente in ritardo) d’Oriente, siatene coscenti quando prenoterete la vostra vacanza e le coincidenze mai sotto le tre ore, potreste trovarvi in imbarazzanti situazioni!
Siete avvisati!

2013/05/20

IL mio PICCOLO LIBRO DELLA VITA


All’inizio era un Blog. Adesso anche un libro. Come i miei lettori sapranno ho scritto in questo blog per raccontare il mio punto di vista su storie reali, fatti di cronaca, anche storie frutto della mia grandissima fantasia. Ho attirato critiche oltre che consensi. L'evento che maggiormente ha condizionato la mia vita è stato la nascita di mio figlio Matthia. Un evento travolgente, un riavvicinarsi alla vita, scoprire nuovi stimoli, lavorare con essi e guardare sempre avanti. Ogni tanto la vita offre un momento così prezioso, così travolgente che quasi abbaglia. Con lui ne ho vissuto uno. Col tempo alcuni fra i miei lettori abituali, e in attesa che Matthia potesse iniziare a leggere, chiesero se fosse possibile avere sempre a portata di mano i miei scritti. Non mi considero la Bibbia del web, semmai solo una zanzara fastidiosa che dice le cose come stanno, che punge e a volte infastidisce ma non è mai condizionata. Il Blog ha sempre avuto questa peculiarità, dire la verità qualsiasi essa fosse, anche se a danno di chi la scrive; pungere, dar fastidio a chi fa della prevaricazione il proprio stile di vita. 

Non sono un guru ne tantomeno voglio esserlo o indicato come tale, i miei sono solo consigli, punti di vista e pareri che spesso c’azzeccano, che entrano nel cuore della questione e portano a credere o solo pensare che tutte le informazioni che i media distribuiscono a piene mani, bontà loro, non siano per il nostro bene ma esclusivamente per quello dei media stessi. Una forma di condizionamento mediatico di cui molti hanno già discusso e ampiamente trattato.

Il libro copre un percorso di quasi un anno. Un percorso denso di significati e di emozioni. Il Blog è ufficialmente nato il 12 Agosto 2012, i primi scritti risalgono a fine Luglio dello stesso anno, alcuni anche considerevolmente prima. Non tutti gli articoli del Blog sono stati  inseriti nel libro, per varie ragioni che non starò qui a elencare, in linea di massima perché non li ho ritenuti adatti a quel tipo di prodotto. 
Qualcuno, uno dei tanti miei lettori ebbe a scrivere che io non sono uno scrittore, semmai un "demolitore", uno che demolisce quello che altri hanno voluto dire, hanno voluto farci credere che provenisse direttamente dal cielo, verbo divino. Forse si, io demolisco, demolisco chi pensa che siamo tutti cretini come un personaggio di una mia storia.

Il libro sarà disponibile su Amazon.it in un paio di giorni da oggi (salvo complicazioni), in formato eBook in quanto autopubblicato a un prezzo di vendita molto basso, il minimo imposto da Amazon come si conviene a uno scrittore emergente che, prima di tutto, deve farsi conoscere. Per questo motivo non ho abbandonato il mio lavoro. Poi se e quando verranno i frutti si vedrà. 

Auguro a tutti una buona lettura e, se non avete apprezzato i miei scritti ditemelo, le critiche sono sempre ben accette perché aiutano a crescere e migliorarsi imparando dagli errori.

2013/05/19

Istruzioni per vivere


Ricordo di aver letto in qualche libro un pensiero, direi geniale, a proposito del mestiere dei genitori, secondo cui essi non devono asfaltare, nel senso di rendere scorrevole e scevra di impedimenti la strada che i figli percorreranno, la strada della vita si intende, semmai è loro responsabilità provvedere a fornire una buona mappa, una guida, non enciclopedica ma facilmente consultabile affinché i figli siano in grado di trovare la giusta strada per arrivare più in alto possibile in quella scala di valori chiamata vita. Gli inglesi lo chiamano parenting noi, forse banalmente, preferiamo chiamarlo mestiere. Che lo si chiami all'inglese oppure all'italiana di fatto il ruolo di genitore è forse uno dei più difficili da interpretare, perché non si può apprendere sui libri di scuola in quanto non esistono regole universali su come prendersi cura dei propri figli. Ogni genitore interpreta il ruolo in modo del tutto soggettivo; sono la storia individuale e familiare, l’educazione ricevuta e le diverse esperienze a determinare le differenze nelle competenze genitoriali. Sappiamo per esperienza che il genitore perfetto non esiste, esistono genitori più attenti e rispondenti ai bisogni dei propri figli. Per un genitore è di fondamentale importanza riuscire a favorire nel figlio non solo una crescita adeguata sul piano fisico, emotivo, intellettivo e sociale ma anche comportamentale, i genitori spesso rappresentano per i figli un modello a cui ispirarsi, sia pure inconsapevolmente. E questo è forse l'insegnamento più difficile, insegnare ai figli come vivere partendo dal nostro modo di affrontare la vita, per quanto ci sforzeremo a insegnare concetti e processi i nostri figli guarderanno sempre l'insegnante che hanno assunto a modello. 

In questo lungo cammino di consigli e istruzione per vivere io partirei da alcuni suggerimenti su come iniziare il percorso, formarsi le basi, costruire attorno a esse il futuro. Ecco dunque i miei primi cinque consigli per affrontare serenamente ogni nuovo giorno, nel difficile cammino della vita. A differenza di altri che si sono cimentati in questo difficile esercizio io aggiungo un pensiero, una spiegazione, l'istruzione per l'uso, ognuno lo prenda come preferisce. 


1. Avere un cane! 

Come sarebbe a dire? E tutti quei buoni propositi? Avere un cane non è affatto banale, vuol dire sacrificare un poco del nostro tempo, della nostra vita, dei nostri piaceri per condividerli con l'amico dell'uomo per eccellenza, appunto il cane. Significa essere portati a considerare gli altri, chi ha meno di noi e dare loro quel supporto di cui necessitano che poi non deve essere per forza denaro e lavoro, ma anche le piccole cose, al cane una ciotola piena d'acqua e le crocchette all'ora dei pasti, una passeggiata almeno tre volte al giorno, anche se piove, tira vento o nevica. Agli umani parole di conforto e comprensione, aiuto morale per tirarsi su e ricominciare a guardare avanti, aiuta moltissimo sapete? 


2. Complimentarsi almeno con tre persone al giorno 

Complimentarsi sarebbe? Stringere la mano, dir loro che hanno svolto un buon lavoro, che sono stati bravi, che sono buoni amici o semplicemente che si sta bene con loro anche senza dividere nulla, che siamo felici lo stesso, siete contenti voi, sono contenti loro. 


3. Assistere al sole che sorge almeno una volta all'anno

Il sorgere del sole è una allegoria. E' la vita che ricomincia, dopo la pausa notturna, è un momento di riflessione, la considerazione che siamo ancora tutti vivi, che siamo qui, pronti a ricominciare e combattere virtualmente per il nostro posticino al sole. Perché l'alba e non il tramonto? 

Il sole sorge sempre molto presto, significa sacrificio per assistere al magico momento, è necessario alzarsi presto al mattino e trepidamente attendere i primi raggi di luce. un momento indescrivibile. Il tramonto è la fine del giorno, nella rappresentazione allegorica rappresenta la fine della vita, abbiamo tempo per assistere, non servono sacrifici speciali, bisogna essere li al momento giusto al posto giusto. Ecco, sorge il sole, viviamo insieme questo fantastico momento che si ripeterà domani ma, chissà, se domani avremo tempo. 


4. Stringere la mano con fermezza 

Ecco un aspetto che ritengo importantissimo. Lo stringere la mano. C’è chi ha scritto testi, manuali, enciclopedie sul vezzo di stringere la mano. Ognuno ha da dire la sua per quanto riguarda certi atteggiamenti. La stretta di mano rivela molti tratti della personalità: un palmo umidiccio, uno sguardo sbagliato o una stretta eccessiva possono dare all’interlocutore una cattiva impressione. E' uno degli elementi cruciali nei rapporti interpersonali, rivela rapidamente aspetti importanti sulla personalità di chi abbiamo di fronte: se è troppo soft indica insicurezza, mentre una stretta troppo breve può essere indice di arroganza. La mano, figlio mio, la si stringe con trasporto e vigore, lo stesso vigore che metteresti in un abbraccio, se è veloce e assente non si ricorderanno di te, se stringi ma senza esagerare allora saranno felici. 


5. Guardare sempre la gente negli occhi 

Questo è di fondamentale importanza. Ricordo che quando ero giovane ebbi modo, mio malgrado, di conoscere una persona che aveva uno strano vizio. Non guardava negli occhi ma grossomodo all'attaccatura dei capelli. Oltretutto era anche strabico, per cui non sapevi mai da che parte stesse guardando. Mi urtava moltissimo parlare con lui, ne avrei fatto volentieri a meno, purtoppo in certe occasioni ero obbligato in quanto si trattava del portiere del condominio dove abitavamo. uno di quei condomini col portiere in livrea che t'apriva la porta ringraziando della visita (tutti i giorni e tutte le volte che varcavo quella soglia), uno di quelli che ti chiamava l'ascensore e ti porgeva la posta con molto garbo e disponibilità, uno di quelli che non guardava mai negli occhi e che cancellava con un tratto di penna tutte le buone azioni, ancorché profumatamente pagate, fino a quel momento eseguite. Per cui, presto detto, guardare sempre la gente negli occhi, equivale a dire che non si ha paura di nessuno, la consapevolezza della propria forza, non già il potere, quello bisogna conquistarselo, ma la forza e tutto il resto verrà da sé. 

E come si dice alla fine delle puntate delle serie tv americane: to be continued....

2013/05/14

L'idiota



A volte le ispirazioni vengono senza che te le aspetti. 

Questo articolo si fonda su alcuni pensieri che mi sono venuti questa mattina rileggendo un articolo su un social forum a proposito della requisitoria del PM Ilda Bocassini sull'affare Ruby.


Intendiamoci, la citazione a quell'evento inizia e termina subito, non è di quello che voglio qui trattare, diciamo che ho colto quell'occasione per scrivere il mio pezzo. 

Obiettivo l'idiota in quanto tale e la sua posizione in seno al contesto sociale.


Leggo su Twitter una citazione di ignoto: "La differenza che passa fra un idiota e un uomo intelligente la si misura attraverso il colore dei calzini, quelli dell'idiota sono sempre bianchi."



Ora verrebbe da chiedersi per quale motivo l’idiota, o almeno un individuo, diventa idiota nel preciso momento in cui indossa i calzini che, si sa, non sempre rivestono quella importanza che noi diamo a tale accessorio di abbigliamento. Dipende da tante cose, primo fra tutti il contesto geografico: il pescatore delle Isole Vergini, tanto per menzionare qualcuno, non sa che farsene dei calzini, che siano bianchi o neri o a pallini rossi e blu al massimo, se ne entrasse in possesso, li userebbe come contenitori per le esche, non gli ami altrimenti si impiglierebbero nel filato, ma se succedesse che il pescatore delle Isole Vergini li usasse come contenitori degli ami da pesca, allora potremmo associarlo alla categoria degli idioti? 



No, voglio approfondire, il concetto, l’idea di base l’ho espressa, ora sta a voi miei carissimi lettori, a decidere in quali casi il pescatore di cui sopra posso essere considerato idiota secondo l’uso che fa dei calzini.



Torniamo alla citazione dunque. Il mio lattaio, ahimè lo cito spesso ma è l’unico che mi ritorna in mente, ma non come la famosa canzonetta di Battisti, io non lo desidero affatto, dicevo che il mio lattaio indossa i calzini, anzi le calze, quelle lunghe, attillate, che avvolgono la gamba dal ginocchio in giù. Lui le calze le indossa sempre di colori sgargianti, a volte nere, mai bianche. Può quindi essere salvo, cioè non includile nella categoria degli idioti perché le calze bianche non le indossa mai?



No di certo. La citazione evidente non si ispira all’accessorio utile per fasciare i piedi, veri responsabili di tutta la questione, ma a un modo di vivere, a una vita senza colore, il bianco rappresenta il colore sommatoria di tutti i colori ma senza tinta, che poi a noi la sottile differenza non arriva, non siamo capaci di cogliere il significato del termine e per cui se non ha la tinta che colore sarebbe? 



Anche il nero ha una classificazione a parte nella scala dei colori, infatti viene senza dubbio classificato come il colore non colore, vale a dire il colore che non esiste perché non contiene nessuno di quelli della scala cromatica ma a questo punto a noi che ne viene? Nulla, e per questo che dobbiamo focalizzarci sul bianco. 



Bianco come la purezza, la purezza ha a che fare con l’idiozia? Giammai, allora bianco come la Luna? Come il Sole a mezzogiorno quando è inguardabile pena perdere la vista per sempre? Bianco perché accidenti? Io non trovo una corrispondenza valida se resto nel contesto cromatico. Ma ecco che sovviene un discorso di non mi ricordo chi, che fosse il saggio Aristotele?  



Aristotele pare avesse sviluppato un'autonoma concezione della realtà; in particolar modo, doveva negare l'esistenza delle idee come universali che esistano separatamente dalle cose particolari. In altre parole, pur essendo Aristotele d'accordo con Platone sul fatto che gli universali come "uomo", "giusto", "bianco" per essere conoscibili dovessero avere un certo grado di realtà, non condivideva l'attribuzione a questi di un'esistenza separata rispetto agli oggetti (i singoli uomini, le singole cose bianche, giuste, ecc.) di cui questi universali si predicano.



Il bianco in quanto tale, fine a se stesso, invece non esiste separatamente. Non vediamo mai il bianco ma sempre un oggetto bianco; il bianco, non si identifica in una situazione più o meno reale ma esiste solo come qualità di una sostanza (questo concetto tuttavia dovrebbe applicarsi anche agli altri colori della scala cromatica, pare che Aristotele non lo considerasse, la ragione mi è completamente sconosciuta). 



Di conseguenza, in linea di principio, non è possibile realizzare un contenitore dei colori, in cui siano presenti i singoli colori ma solo se disponiamo di oggetti che non sono colori ma li rappresentano. Non avremo mai una scatola di colori, ma una di matite colorate, e come non potremo mai avere una di numeri ma contare le cose al suo interno e assegnare a ognuna un numero tale che la distingua dalle altre esattamente come faremmo per i colori. Non esiste l’albero dei colori, esiste quello di mille colori ma si tratta di un albero e non di un colore che, in quanto tale non esiste. 



Aristotele asseriva che l'essere non è un genere e che anzi la parola "essere" può avere molti significati. Quindi l'essere bianco è come un concetto di universalità, e parafrasando e andandoci anche abbastanza larghi, potrei dire che bianco equivale a nessuna presa di posizione, nessuna realtà, nessun appartenere a qualcosa di definito o definibile, per cui fuori dal coro.


Un idiota quindi se indossa, per assurdo, solo calze bianche, significa che non si schiera, che non prova sulla propria pelle i casi e le situazioni della vita, cioè tutto quello che la vita gli propone, se ne tira fuori, le calze bianche sono la prova, il testimone, di questo suo vivere fuori dal contesto, dagli schemi, dalla cultura generale, dal sapere e anche dal non sapere per volontaria decisione, dalle consuetudini e per cui viene dichiarato idiota. 


Evviva! Oppure no?




2013/05/13

Uomini come formiche

Hong Kong, grattacieli come formicai

Non ricordo in quale testo o libro ho letto di questo argomento, il tempo passa e la memoria inizia a dare chiari segnali di superlavoro, insomma divento vecchio. Ho trascorso tutta la mattina a cercare di fami venire in mente un brano di un autore americano, un brano musicale. Sfortuna vuole che non ricordi ne il titolo del brano ne tantomeno il nome dell’autore, dopo frenetiche ore alla fine ho rinunciato alla ricerca altresì infruttuosa ripromettondomi di cercar meglio fra le cose di casa per scoprire il furfantello che ha cercato di nascondersi. 

Adesso qualcuno si starà chiedendo cosa c’entra questo discorso a proposito della memoria con l’argomento del mio articolo. C’entra, eccome se c’entra, le formiche, come si sa, sono insetti dotati di un’intelligenza collettiva molto complessa. La memoria selettiva di cui dispongono non è come la nostra ma costituita da impulsi elettrici che vengono scambiati attraverso il contatto delle estremità tattili, cioè le antenne, con altre simili dello stesso formicaio. In questo modo comunicano e non come si era sempre pensato attraverso tracce olfattive rilasciate da ogni operaia durante il cammino alla ricerca del cibo. Quindi le formiche non dimenticano perché non viene memorizzata l’informazione in un cervello come potrebbe essere il nostro ma in una serie di accumulatori elettrici che rilasciano le informazioni secondo l’uso che se ne vorrebbe fare. Insomma un concentrato di tecnologia che noi, poveri umani ci sognamo.  

Meditavo dunque su questo assioma uomini e formiche, chiedendomi quali possano dunque essere le differenze esistenziali. Noi non siamo tutti formiche come le formiche non si atteggiano a essere degli umani, semmai il paragone, virtuale s’intende, è dall’alto verso il basso, dal nostro punto di vista verso il loro, dato per acquisito il fatto che la formica non pensa in grande, si accontenta di quello che ha e segue la via che qualcuno, la formica regina o la natura, ha tracciato per lei. Le similitudini nella vita di uomini e formiche non si limiterebbero tuttavia a questo. Avete guardato, dato un’occhiata fugace alla fotografia all’inizio di questo articolo? Quella foto mostra una fetta di cielo come si vede guardando in alto in uno qualsiasi dei quartieri di una megalopoli come Hong Kong, ora che l’avete guardata con maggiore attenzione non vi viene in mente che noi, piccoli umani siamo in verità grandi formiche che vivono quasi alla stessa maniera? 

Compreso il concetto? Non siamo tutti regine come non siamo tutti calabroni, la massa, se vogliamo continuare a seguire il paragone, è costituita da formiche operaie che, giorno dopo giorno si arrabbattano per arrivare alla fine della giornata, comunicando con i propri simili, scambiando informazioni in quello che organizativamente parlando potrebbe essere paragonato a un formicaio. Certo un bel formicaio, con negozi, divertimenti, ospedali, sale da ballo e anche cinema, gli uffici dove portare il nostro contributo, le banche dove prelevare il premio delle fatiche giornaliere, il camposanto dove andare a riposare dopo una vita di sacrefici. Si nasce, si vive, si muore, come le formiche che in verità non dispongono di divertimenti e amenità varie ma che il loro lavoro per la comunità lo svolgono lo stesso, con affetto e dedizione anche senza stipendio, magari con la possibilità concessa dall’alto di leccarsi gli avanzi di chi comanda, e quelli delle larve e il sogno nemmeno troppo nascosto di diventare a loro volta regina. 

Mi sono anche ricordato di aver letto in un libro di scienze, antiche poiché oggi i libri non li stampano quasi più visto il dilagare di internet e wikipedia, in quel libro si parla di vite che si sovvrappongono, che tutti gli esseri viventi hanno lo stesso scopo, lo stesso obbiettivo: nutrire la prole, crescere e moltiplicarsi. Non si sa bene fino a quando, almeno fino al momento in cui un avventato umano mette il piede sul formicaio distruggendolo, oppure il terrorista di turno butta giù un paio di palazzi con tutte le formiche... oops, con tutti gli umani all’interno per vendicarsi. Alla fine le trame della vita di chi abita il pianeta finiscono per essere sempre le stesse, le storie di base sono in verità poche, non tante. 

Tutto si ripete, tutto si replica all’infinito con pochi microscopici cambiamenti. Le vite umane e le vite delle formiche come se fossero la trama di una fiction, ripetitive e prevedibili. Rimescoliamo le stesse vite, le nostre e quelle delle formiche e alla fine non sappiamo più chi siamo, uomini o formiche?  





2013/05/11

Mamma


Si dice che il tempo cancella tutti i ricordi, quelli belli e quelli meno belli. Cancella i contorni delle cose, dei volti e tutto si fonde, il tempo tinge di rosei colori l'ambiente e tutto cambia. E' passato quel tempo e ora quando parlo di te ho un dolore forte qui, al centro del petto, un legame indissolubile ci lega e legherà per sempre. Io sono qui e sono vivo, e ti penso e mi manchi, anche se siamo stati distanti negli affetti e nella vita, io sempre da qualche parte in questo piccolo pianeta e tu aspettando il ritorno di quel figlio tanto desiderato e amato. 
Non c'è nessuno che possa sostituire una madre, che possa donare amore ogni singolo momento, anche se a volte non si può essere la tua migliore amica anche se a volte i pensieri non sono gli stessi. Una madre è per sempre, lei era lì per noi, per ascoltare i guai, le nostre vanterie, le frustrazioni, per interrogare la nostra anima e aiutarci a superare le difficoltà della vita. 

Quanto tempo ho mai dedicato a mia madre quando lei aveva bisogno di me, mi chiedo se ho mai messo da parte abbastanza tempo per lei, per ascoltare i suoi problemi, i desideri, i ricordi, la sua stanchezza. Se sono stato amorevole, se le ho mostrato rispetto anche se si possono avere opinioni diverse. Una volta andata rimangono solo i bei ricordi del passato e il rimpianto di un tempo che non ritornerà mai più. La vita ha un senso diverso senza di lei accanto. E ti ricordo così mamma, con un nodo alla gola che impedisce di parlare di te, col tempo ho accettato il tuo distacco da questo mondo di vivi e quello dove tu assapori la gioia del cielo e degli angeli, avevi promesso che saresti tornata una volta, almeno nei sogni ma, si sa, i sogni si dimenticano presto e al risveglio tutto ha un altro colore e la giornata si presenta come tutte le altre.

 Questa canzone di Beniamino Gigli, la voglio dedicare alla mia mamma che ci ha lasciati sei anni fa.



Oggi è un giorno speciale, il giorno della festa della mamma.
Di mamma ce n’è una sola e io ti ricordo così.
Mi manchi tanto Mamma un enorme bacio ti raggiunga.


2013/05/10

Individuale


Questa volta voglio parlare di una idea, anche se idea è riduttiva dell’argomento che affronterò in questo racconto. Mi sbaglio a definirlo un racconto, forse, non posso definirlo un articolo, semmai un concetto trasferito dalla mente alla carta anche se virtuale di questo blog per cercare di condividere con altri, i miei lettori abituali ma anche gli occasionali, quello che intendo. Parliamo dell’uomo, non io in quanto degno rappresentante della razza umana ma tutti noi che ci identifichiamo dietro un nome e a volte un cognome, gli uni diversi dagli altri eppure tutti tremendamente uguali dentro. Tutti dotati di un cervello, non voglio qui discutere di quanto grande possa essere il mio e quanto quello di ognuno di voi, non è importante, tutti dotati di un cuore, fegato mani e piedi.

Siamo tutti tremendamente uguali eppure diversi dentro. Affrontiamo l’argomento partendo da un punto fermo. L’essere umano è, ognuno lo è, individuale. Io sono io e tu se tu, come ognuno di quelli che sono in mezzo a noi sono loro stessi. Corretto? No, perché non sempre si rivela corretto, cioè nella norma dovrebbe essere così eppure c’è sempre chi si atteggia, si mimetizza, si atteggia, come un camaleonte cambia la pelle, una volta serpente a sonagli e una volta agnello, cambia l’abito come il monaco, o forse il monaco che diventa diavolo e viceversa. 

Io chi sono? Partiamo da un punto fermo, inizio guardandomi nello specchio, dovendo dare un significato a questa mia fatica letteraria devo pur partire da una idea, non preconcetta, libera visto che di me sto parlando e quindi vera, reale. Volendo basare la risposta su ciò che osservo allo specchio potrei fare un errore. Io non sono quello che lo specchio dice che sia. Lui mi dice che sono un uomo di una certa età con i capelli grigi, quei pochi capelli che sono rimasti beninteso, pelle liscia nonostante l’età, gli occhi verdi, poche rughe sul viso. Mi conoscete? Vi basta guardarmi in faccia per capire tutto di me? No, perché l’aspetto esterno non è sufficiente per conoscere una persona, l’abito non fa il monaco. E non potreste nemmeno conoscermi partendo dalla considerazione che ho un cuore, un fegato, la bile e lo stomaco, gli occhi e la bocca, magari i denti e le orecchie esattamente come i vostri. Certo che poi non tutti questi dettagli possono dare una fotografia certa di me come individuo, a me il cuore funziona benissimo, a qualcun altro non altrettanto, io potrei avere gli occhi ma non la vista e tu le orecchie ma non l’udito e quindi la mia similitudine, l’essere uguale a te partendo da un concetto generale ecco che finisce nel momento stesso che ha avuto inizio. Io sono io e come me nessun altro e tu lo stesso e tutti siamo chi vogliamo o possiamo essere. 

Siete d’accordo con questo pensiero? Qualcuno vorrebbe dire che per conoscere il carattere e le caratteristiche fisiche di chiunque è necessario entrare all’interno della mente e del corpo, entrare e scandagliare la psiche per capire ogni e più recondito significato e farsene una ragione. 

Cui prodest? Vi rendete conto di quello che mi si dice? Ogni volta che io conosco un individuo dovrei entrare nella sua mente e analizzarla, scannerizzarla affinché la mia conoscenza di lui diventi totale? Personalmente non saprei che farmene. Se incontro il lattaio non ho alcun interesse a entrare nella psiche e magari scoprire che ha tendenze omicide oppure che ama coltivare orchidee, non mi cambia la vita tutto questo. Per quale recondita ragione dovrei approfondire la mia conoscenza individuale se poi non ho ragioni di mantenere un serio e continuativo rapporto? Non voglio esser preso per razzista, ho parlato del lattaio (supposto ne esistano ancora) ma potevo parlare del parroco, del medico o di chiunque altro frequento per bisogno divino o materiale con regolarità nel corso della mia vita. 

Siamo tutti individuali, non individualisti, non confondiamo il pensiero, il verbo, non ho detto, anzi scritto, che dobbiamo essere per forza unici. Siamo individuali perché io non sono uguale a ognuno di voi al cento per cento, ognuna delle mie caratteristiche principali differisce di una piccolissima frazione tale che quello che potrebbe sembrare perfettamente uguale invece non lo è affatto. Nemmeno i gemelli monozigoti sono uguali al cento per cento, nonostante siano prodotti dalla stessa cellula uovo fecondata da un singolo spermatozoo che si divide per un, chiamiamolo, incidente. Possiedono dunque lo stesso patrimonio genetico, hanno lo stesso sesso, gli stessi occhi, gli stessi capelli, lo stesso gruppo sanguigno, gli stessi caratteri somatici. Ma ognuno di loro sarà diverso, se non per l’aspetto nella sostanza. Non voglio entrare in spiegazioni scientifiche visto che questo non è il mio campo, leggo sulla fida enciclopedia che minime differenze sono possibili e dunque anche i gemelli monozigoti sono simili, drammaticamente uguali eppur diversi, sono individuali e come loro io e tutti voi. Ogni individuo, ogni singolo ente in quanto distinto da altri della stessa specie viene dunque considerato nella propria individualità. 

Io e te non siamo semplicemente ciò che vediamo riflesso nello specchio, siamo, ognuno e individualmente delle piccole frazioni dell’universo. Siamo comunque afflitti da concezioni e idee che tendono a negare la logica dell’individualità ed ad affermare l’onnipotenza della categoria. Tutto o tutti ma nessuno unico. Queste concezioni negano l’individuo perché questo è un diverso, non riducibile all’identità dell’uguale, laddove la mira di queste logiche di qualsiasi stampo siano non importa, è ridurre tutto all’uguaglianza dell’identico, all’annullamento del dissimile, alla soppressione del mistero della singola individualità, a vantaggio di un pensiero omologante e identitario in cui tutto sia trasparente e ovvio, tutto coincida con tutto. E’ il delirio di una umanità che ha smarrito il senso del particolare e il rispetto del singolare, per un amore smisurato al sogno di sempre di rendere il simile identico al diverso. 

Esiste una terza via tra questi opposti, può, in altri termini, l’individuo tornare a essere protagonista della vita? Non voglio con questo affermare che l’individuale individuo, mi si permetta il gioco di parole, deve essere un assoluto essere esaltato e riproposto. Anche questo concetto è infatti falso, non potendo essere nessun individuo veramente assoluto. Il dramma della negazione dell’individuo sta tutto nella concezione che una filosofia quale fu l’attualismo ebbe della relazione tra io e mondo, come costrinse in una identità senza vie di uscite quale fu quella del pensato e del pensare, l’uno contenuto dell’altro, dalla cui immedesimazione si perdeva sia il concetto dell’individuo sia quello stesso della relazione.

Se tu sei alla ricerca di te stesso, se pensi di far parte di un sistema nel quale non ti riconosci, pensaci bene, sappi che qualsiasi sforzo tu possa attuare, qualsiasi azione intraprendi sarai costretto a allargare il tuo orizzonte osservardo bene il mondo che ti circonda. Un mondo formato di tanti individui che si somigliano fra loro, puntini simili eppure diversi in una distesa piatta che non sa riconoscere te o me in mezzo alla massa. Se comprendi questo concetto o idea ecco che sei già a metà del tuo cammino. Continua a guardarti nello specchio e a chiederti chi sei realmente, che tipo di individuo vuoi essere e come vorresti che ti vedano gli altri. Solo così potrai migliorare te stesso e anche quella parte di te che ti circonda. 




2013/05/06

Ruzzle Mania

Impossibile non averlo notato. È il rompicapo del momento e milioni di appassionati in 50 Paesi hanno già sviluppato una dipendenza da App. Sto parlando di Ruzzle, il gioco ideato da alcuni genialacci ragazzotti svedesi della Mag Interactive che ha fatto il vuoto fra le apps degli smartphones che sta avviandosi a diventare la mania, anzi il gioco mania del 2013. 

Ma cosa è in effetti il ruzzle?


Sembrerebbe più facile dire cosa non è, per esempio non è una disciplina sportiva, intesa come un'attività che esercita i muscoli, fa bruciare le calorie e rafforza lo spirito di squadra. E non è nemmeno una materia da studiare sui banchi di scuola ne tantomeno una disciplina professionale anche se chi l'ha inventata ha sicuramente saputo capitalizzare il frutto della propria conoscenza. 

È uno dei giochi più popolari del momento. Per giocare a Ruzzle non servono campi da prenotare o amici con cui fissare la partita. Bastano uno smartphone con connessione a internet e un avversario che può trovarsi pure dall’altra parte del mondo, che sarà indicato casualmente dal sistema informatico oppure da scegliere tra gli amici di Facebook. 

In principio era Il paroliere, poi diventato Scarabeo traducendo nella lingua di Dante lo Scrabble anglosassone. Questi erano due giochi da tavola, al tempo lo smartphone non si sapeva nemmeno cosa fosse, che tramite lettere casuali, richiedevano di comporre parole di senso compiuto il più lunghe possibile. Lo stesso principio si applica al Ruzzle, tutto è tuttavia trasferito sullo smartphone, rigorosamente touch meglio se retina display per aumentare la sensibilità del movimento, occorre trascinare il dito sul touch screen per due minuti e tre manche e totalizzare il punteggio più alto. 

Semplice? Nemmeno tanto. 

Intanto riuscire a vincere non è affatto facile, come in tutte le nuove attività che siano giochi che lavoro, serve la pratica. Il giochino per fortuna ha una opzione pratica che ci permette di giocare contro noi stessi senza mettere a rischio il punteggio e memorizzare le parole che maggiormente producono punti. Ora non vorrei dilungarmi sul come e perché si accumulano punti, per quello ci sono decine di siti internet che spiegano per filo e per segno ogni dettaglio del gioco fino a farci scoprire ogni e più recondito sistema legale per far punti. No, io vorrei parlare del giochino in se stesso inteso come strumento per distrarre la mente dai mille pensieri quotidiani che ci attanagliano primo fra tutti quello di come fare per arrivare alla fine del mese col misero stipendio al netto delle tasse che riusciamo a guadagnare. 

Un dato su tutti. Le combinazioni possibili, considerando che le lettere dell’alfabeto sono 26 e quelle a disposizione sono 16 sono tante, ben 5,311,735 ma non spaventatevi. Non è che in ognuna delle schermate vi ritroviate a dover indovinare oltre 5 milioni di combinazioni. No, per fortuna no. Il numero delle combinazioni possibili viene indicato dal giochino a fine partita e, di solito, non supera le 500 combinazioni per schermata. 

Ogni minuto libero diventa buono per cucire insieme lettere in versione “touch”. Addirittura, a dispetto del fair play, qualcuno ha già iniziato a barare: ultimamente spopolano le Apps create per risolvere in modo automatico qualsiasi schema proposto dal gioco. La vittoria è assicurata, ma che divertimento c’è? 

Qui entro in gioco io, non nel gioco in se stesso ma in una ponderata analisi della situazione. La dipendenza da gioco, in questo caso la Ruzzlemania potrebbe, se non abbiamo abbastanza carattere per non rimanere invischiati nel meccanismo perverso, portare gli individui che lo praticano di continuo verso una pericolosa dipendenza ne più ne meno come quella da gioco d’azzardo e scommesse per non parlare di droghe varie e il discorso sarebbe lungo, sfiorando la dipendenza dall’alcool, dalle droghe leggere e pesanti e via via attraverso una perversa spirale che porta gli individui che ne sono affatti verso una rapida e dolorosa fine. 

La Ruzzle Mania, se configurata dall’individuo che ne è schiavo, potrebbe diventare patologica e viene considerata come una vera e propria forma di “dipendenza senza droga”. Il manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali propone diversi criteri diagnostici per il "comportamento maladattivo legato al gioco d'azzardo" considerando che se sono presenti almeno 4 dei sintomi la dipendenza è conclamata e conviene rivolgersi a uno specialista prima che sia troppo tardi. In genere se vi sentite coinvolti in modo sempre crescente nel gioco, per esempio, se vi trovate continuamente a rivivere le esperienze trascorse di gioco, a valutare o pianificare la prossima impresa di gioco, a escogitare sistemi leciti o illeciti per vincere, se cercate di raggiungere un esagerato stato di eccitazione durante il gioco, se l’irrequietezza e l’irritabilità quando tentate di smettere diventano preda di voi stessi, se ricorrete al gioco come una fuga dai problemi o come conforto al senso di disperazione, di colpa, ansia, depressione; se mentite con gli amici della vostra situzione di dipendenza se infine compite azioni illegali per vincere sempre, se mettete a rischio o addirittura perdete una relazione importante, un lavoro, un'opportunità di formazione o di carriera a causa del gioco e se infine reiterati e inutili sforzi di tenere sotto controllo l'attività di gioco, di ridurla o di smettere di giocare non hanno ottenuto successo allora vuol dire che siete diventati schiavi del gioco in se stesso, siete in dipendenza e uscirne non potrebbe essere affatto facile. 

L’allarme sociale sulle problematiche legate al gioco riflette la diffusa percezione della crescente gravità del problema. Qual è la relazione tra gioco ed azzardo? Siamo sicuri che l’essere dipendenti di un gioco forse anche innocente come il Ruzzle non sia l’anticamera per diventare schiavi di ben altri giochi, che illudono di vincere, che facciano pendere la bilancia virtuale di riferimento più evidente (anche se non esclusiva) verso i giochi nei quali la componente casuale è preponderante? L’aleatorietà, cioè l’incertezza sull’esito, permette la scommessa, la scommessa determina la vincita o la perdita, vincite e perdite possono rinforzare o indebolire il desiderio di scommettere nuovamente. 

Il giocatore diviene preda di un sintomo compulsivo, egli evidenzia una progressiva perdita della capacità di porre dei limiti al coinvolgimento nel gioco, potrebbe anche subire perdite economiche frequenti e sempre più vistose, assorbimento sempre più esclusivo nell’attività di gioco. La dipendenza da Ruzzle è solo il primo passo, esattamente come succede per le droghe leggere, quando si comincia a consumarle il passo successivo sono quelle pesanti e sempre più avanti alla ricerca di una soddisfazione interiore anche ludica che porterà coloro che diventano dipendenti cronici a situazioni psicotiche  con la perdita dell’esame di realtà fra i primi rischievidenti come giocare sempre e comunque anche in casi estremi quando il gioco stesso diventa dannoso nell’immediato, per esempio giocare mentre si guida un’auto. 

Diventare schiavi del gioco in tutte le sue forme, dal più innocente apparentemente come il Ruzzle fino ai giochi onerosi come le scommesse varie porta i soggetti a non considerare deleteri fenomeni quali la richiesta continua di prestiti, la scarsa attenzione o il disinteresse per le attività lavorative, di studio, professionali, sportive. 

È realmente questo che volevate quando avete iniziato a giocare a Ruzzle? Siete consapevoli dei rischi che state correndo? 

PS. Io gioco a Ruzzle mediamente una o due volte al giorno, adesso che lavoro all'estero, lontano da casa, quando rientro in albergo per distrarmi, nei weekend per la stessa ragione. Potrei essere a rischio? Potrei ma non è il mio caso, sono già arrivato a quella fase, abbastanza comune per quello che mi riguarda, di rigetto del gioco stesso. Una forma idiosincrasica di noia da gioco, che si manifesta dopo un certo periodo. Se prima giocavo dieci partite al giorno oggi ne gioco due, arriverò a giocarne una sola e probabilmente la voglia e l'interesse se ne andranno a cercare altri giochi maggiormente stimolanti o riempitivi di quel tempo libero che ho in relativa abbondanza quando il mio lavoro, come adesso, si svolge lontano dalla famiglia. 
Non ponete il gioco avanti a tutto, ricordatevi che prima esiste la famiglia, il lavoro, gli affetti, i divertimenti all'aria aperta, lo sport e molto altro ancora. Non dimenticatevelo.

2013/05/04

Il Giardino di Ninfa


Questo articolo, oltre a voler essere un'ode alla bellezza della natura, la natura verde e rigogliosa di un giardino curato dall'uomo, intende mettere in mostra le capacità di un amico che è anche fotografo. Lui, Patrizio Severini, è un fotografo di quelli di una volta, di quelli che esprimono la propria carica interiore con le immagini.
E' per me un onore mostrare i suoi scatti al Giardino di Ninfa. 

La storia del Giardino di Ninfa

Il Giardino di Ninfa custodisce le rovine di una città medievale, incendiata e saccheggiata più volte e poi abbandonata dai suoi abitanti. Oggi, intorno alle rive di un laghetto, sono rimasti i ruderi di un borgo fantasma, con le sue mura, le torri, le chiese e le abitazioni. Nel 1920 il principe Gelasio Caetani decise di bonificare questa proprietà, con l'intento di realizzare lo splendido giardino che ancora oggi si ammira. La sua opera fu proseguita da donna Lelia, ultima esponente della famiglia, che sistemò questo splendido parco romantico, ricco di specie esotiche e ornato da fantasiosi giochi d'acqua. Nel 1977, alla sua morte, Ninfa fu donata alla fondazione Roffredo Caetani.
Nel giardino si possono ammirare meli, ciliegi e magnolie.

Seppur nel territorio del Comune di Cisterna di Latina, Ninfa è strettamente legata alla storia della Famiglia Caetani e quindi a Norma e Sermoneta.

Ai margini della via Pedemontana Volsca che collegava Roma con il sud del Lazio, proprio sotto la rupe di Norma, al lato di un limpido laghetto formato dalle acqui del fiume Ninfeo, nel VII secolo d.C. si insediò un modesto nucleo di abitanti che avevano abitato la diruta Norba.

Nel 741 l'imperatore Costantino Copronimo donò al papa Zaccaria , Ninfa e Norma. Nel IX Secolo Ninfa fu in possesso dei Conti di Tuscolo e solo nel 1085 entrò a far parte dei possedimenti della Santa sede.

Nel 1159, proprio a Ninfa, Rolando Bandinelli venne incoronato Papa con il nome di Alessandro III nella chiesa di Santa Maria Maggiore, di cui restano le rovine.

La cittadina fu in possesso dei Frangiapane, degli Annibali, Ma Ninfa raggiunse l'apice a partire dal 1297 con Pietro Caetani, nipote di Bonifacio VIII, il quale incentivò sia l'attività edilizia che commerciale: i Caetani infatti la potenziarono con la costruzione di ben sette Chiese, oltre 150 abitazioni, due mulini per cereali, mura di cinta, il palazzo con una robusta torre.

Le fortune di Ninfa durarono fino al febbraio del 1382; in quell'anno travolta da lotte fratricide fu totalmente distrutta e non fu mai ricostruita. La malaria fece il resto disperdendo i pochi contadini rimasti sul posto. Ormai esisteva solo nel ricordo, tanto che nell'Ottocento veniva definita come la "Pompei del Medioevo" (Gregorovius).

Nel 1921 ci fu la svolta grazie a Gelasio Caetani, il quale iniziò la bonifica della zona e il restauro dei ruderi (e in particolare della torre del Municipio), avviando inoltre un recupero botanico attraverso la piantumazione di specie diverse sotto la guida della madre Aba Wilbraham Caetani.

L'opera fu poi continuata dal fratello Roffredo, dalla moglie di quest'ultimo, Marguerite Chapin Caetani e dalla figlia Lelia Caetani Howard. Il giardino è quindi il risultato di amorose cure e geniali interventi botanici indubbiamente favoriti da una microclima: il sito di Ninfa è infatti protetto a Nord dalla sovrastante rupe di Norma, mentre il fiume che ha qui la sua origine funge da regolatore termico.

Sono infatti migliaia di piante che ormai hanno attecchito e seguono un tranquillo ciclo vitale, sotto la guida di esterti tecnici e botanici. Insieme ai nostri ontani, salici, pioppi, olivi, querce, aranci, limoni, melograni, crescono l'azzurro "ceanothus" californiano, i grandi aceri nipponici, le betulle boreali, l'albero dei tulipani, l'acero dello zucchero, magnifici bambù, la splendida Gunnera manicata, i ciliegi cinesi, la calla etiopica.

Le fotografie di Patrizio Severini














I giardini di Ninfa sono aperti al pubblico il primo sabato e domenica del mese da aprile a ottobre. Per informazioni contattare: Tel: 0773-632231 
Orario di apertura: 09.00 - 12.00 / 14.30 - 18.00 
Luglio Agosto e Settembre : apertura dalle 9.00 alle 12.00 - dalle 15.00 alle 18.30