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2013/07/29

BUFALE E ZANZARE

Quante sono le pagine in rete che campano sulla credulità dei lettori? Milioni. 

Notizie farlocche, magari vecchie di anni, periodicamente riciclate per dare un po’ di verve ad un momento di “stanca” redazionale. Pagine che si beano dei complottismi annunciati sempre con toni gravi e definitivi, e guarda caso, che hanno spesso protagonisti gli “odiati imperi del male”: Israele e America. 

Eh sì, non dobbiamo fare lo sbaglio di credere che le spie avvoltoio, o squalo o scoiattolo siano fole buone solo per il pubblico arabo poco smaliziato, no! Anche da noi, possiamo vantare alcuni di questi “giornalisti da baraccone”. Un esempio lo da la pagina facebook “Cose che nessuno ti dirà, No Censura” ma anche "Tutto il Web d'Italia", "No Censura" e altri. 

Abitualmente queste pagine gettano ai propri lettori l’osso anti isaeliano anti semita e poi si godono lo spettacolo. Ogni tanto superano loro stessi. Questa volta hanno ripresentato un classico, che fa presa sulla gente, che classificano come TOP SECRET perchè tanto mai nessuno troverà nulla che affermi il contrario:

La terribile zanzara tecnologica! Capace di iniettare chissà quali malattie e veleni! Orrore! Nemmeno con il DDT ci si può difendere!  La presentano così:

NANOTECNOLOGIE MILITARI: L’INCREDIBILE ZANZARA DRONE

È l’ultimo “giocattolino” dell’esercito americano, già in produzione. Un insetto drone, controllabile a grande distanza e dotato di telecamera, microfono e siringa. Secondo le autorità è in grado di prelevare DNA o iniettare dispositivi RFID di localizzazione nella persona-obiettivo, provocando una sensazione di dolore quasi impercettibile, paragonabile a quello provocato dalla puntura di una normalissima zanzara. Ovviamente gli utilizzi a cui potrebbe essere destinato dai servizi segreti sono molteplici: può essere utilizzato come spia, essendo dotato di telecamera e microfono, ma anche come “silenzioso sicario”, iniettando nella vittima prescelta, al posto del chip RFID uno dei potentissimi veleni disponibili nel mercato, in grado di provocare arresti cardiaci, facendo pensare a un decesso naturale. La “zanzara drone” può penetrare in una villa sorvegliatissima, eludendo guardiani e sistemi di allarme, passando a fianco degli addetti alla sorveglianza, penetrando attraverso una finestra o una semplice fessura, per poi magari essere “parcheggiata” sopra un armadio fino a quando la vittima non se ne va a dormire, pungerla e abbandonare l’ambiente senza lasciare traccia e destare sospetti. Le tecnologie militari sono avanzatissime, ed è obbligatorio considerare che la maggioranza di queste sono mantenute segrete. Negli ultimi anni hanno “svelato” qualche scoperta, ma sulle tecnologie più importanti è mantenuto lo stretto segreto militare. Sappiamo che è stato persino approntato un “lettore di onde cerebrali” i cui utilizzi potrebbero essere molteplici, armi “psicotroniche” e chissà quali altri marchingegni in grado di uccidere.

La zanzara drone! 
Legge le onde cerebrali! 
Siamo fritti! 
Fra i lettori è il panico! 
I commenti sono tutti allarmati!

“zanzare bombe tecnologie, moriremo tutti, è la fine, americani bastardi, armi chimiche, futuro comandato da robot ecc. lo dicevamo anche 10 anni fa, ma come vedete giriamo ancora con auto a benzina e quattro ruote invece di propulsori, e ogni giorno pensiamo a vivere nel nostro paese/città e queste cose neanche ci sfiorano nella vita di tutti i giorni”

“Fantascienza? Ve la bevete come una fanta….ma è scienza! “

“Quindi ci microchippano tutti allora! ..anche se non volevamo! ..che storia! (sarà davvero una guerra mondiale allora…ma di come non se l’eran mai viste prima!.. questa volta o i popoli vanno al potere o non ce la si farà + (pensa te cosa studiano sti figli di p...a, con la scusa di tenerci a bada con la politica o le news del giorno (occultate e disinformanti almeno x il 90%)! ..ci stan x fare la festa! ..e non ce lo dicono ahahahh (bastardi figli di un Dio minore!”

“Ma questa è la nostra fine!! ma come possiamo difenderci?”

Miracolosamente, questa volta, Israele è restato fuori dai commenti, chissà perché.
Ed ecco il “babbo” della zanzara drone (bufala anche questa): l’artista russo Turi Savelich, la zanzara bionica è una sua creazione!  Ma forse, più ancora dei commenti apocalittici di quelli che ci sono cascati, fanno impressione quelli che hanno seguito i link dei tre o quattro volonterosi, che si sono presi la briga di  postare la vera natura della pericolosa zanzara artistica: bufala? non bufala? chi puo’ dirlo? che importa? siamo tutti in pericolo.

“Bufala, non bufala….Qualcuno di voi ha visto I pirati dei caraibi?
Jack Sparrow dice la verità sapendo che gli altri non lo credono, facile no?”

“Dubito dell’esistenza di questa roba, ma entro poco tempo saremo in grado di mettere su armate totalmente meccanizzate.Ben presto avremo robot in ogni esercito, non intelligenze artificiali,ma pur sempre robot.”

“mah bufala o no in ogni caso ci tengono nascoste tante di quelle cose che se ne venissimo a sapere anche solo la meta non so che conseguenze ci sarebbero”

“il problema non è se sia vero o falso, tanto lo impareranno (forse) i nostri figli… il fatto è che non serve trinciare giudizi se non si hanno elementi concreti di conoscenza. Su che base possiamo dire che sia vero, o che non sia vero? è solo aria alla bocca. Anche perché in ogni caso non potremmo farci niente.”

Ecco, il problema non è se sia vero o non sia vero, potrebbe in ogni caso esserlo oppure no. Il vero problema è che si crea opinione.
Opinione su un argomento farlocco, opinione che potrebbe generare movimenti pericolosi. Siamo in balia dei pirati e nemmeno ce ne rendiamo conto.

2013/07/23

20 Luglio 1969



Io ero uno di quei ragazzi che il 20 Luglio del 1969 se ne stava con gli occhi incollati al televisore mentre Tito Stagno annunciava: L'Eagle è atterrato.

I mitici anni '60 in cui razzi, astronavi e astronauti erano la cosa più bella che si potesse immaginare. Riempiendomi lo stomaco di succo di arance, perché era quello che si beveva a quel tempo, sognavo le astronavi e mentre io bevevo loro viaggiavano sulla Luna pensando a come raggiungere Marte e oltre. Ricordo che mio padre, rientrando da qualche viaggio, prese un peluche di Snoopy vestito come se fosse un astronauta della NASA, ricordo fosse completo dell'ombelicale per l'ossigeno. 

A quel tempo conoscevo a memoria tutto quello che riguardava lo spazio, A colpo d'occhio potevo raccontarvi le differenze specifiche tra tutti i razzi nell'inventario degli Stati Uniti. Rimanevo abbagliato dalle possenti astronavi alate disegnate da quel geniaccio di von Braun sfuggito a quel pazzo tedesco con il baffetto. 

Il 20 luglio 1969, mi sono seduto lì a bocca aperta di stupore e ogni fantastica immaginazione è diventata un po' meno fantastica e improvvisamente molto più possibile per noi, la gente della Terra, uno dei nostri passi fuori nello spazio, per la prima volta sulla superficie di un altro mondo, un altro pianeta. L'uomo che avanza e conquista. 

Per i ragazzi di oggi, è difficile da spiegare pienamente il monumentale e profondo cambiamento che rappresentava quell'evento. Noi piccoli uomini abbiamo camminato sulla superficie di un altro mondo. La superficie terrestre? No, la superficie lunare, corretto, quindi si dice allunare?  

Mai più la nostra specie avrebbe potrebbe affermare che  la Terra era il limite della nostra capacità. Mai più un bambino sarebbe nato in un mondo in cui gli uomini non avevano viaggiato attraverso lo spazio vuoto e profondo, per lasciare impronte umane sulla faccia di quel disco bianco sorridente nel cielo notturno fin dalla notte dei tempi. 

Da quel momento in poi, il cielo non era più il limite. Da quel momento in poi, non c'erano limiti. 

In qualche modo, nei decenni successivi, abbiamo perso quella sensazione. Invece di un mondo in cui potevamo raggiungere qualsiasi obiettivo se avessimo impostato la nostra volontà, ci troviamo a lamentarci per tutte quelle cose che abbiamo accettato in qualche modo nonostante fossero al di là del nostro controllo. 

Qualcuno dice che il pianeta si sta riscaldando ma l'ultimo inverno è finito alla fine di giugno e in qualche regione ancora stenta a lasciarci. Qualcun altro afferma che gli oceani stanno morendo, eppure il pescato supera ogni anno i record precedenti. forse non ci accorgiamo di quanto siamo messi male, continuiamo a correre come su quel treno che corre veloce verso il baratro (ricordate il film Cassandra Crossing?). 

Le nostre istituzioni stanno fallendo. I nostri leader sono corrotti, i nostri cibi preferiti ci stanno uccidendo, guerre inutili e combattimenti sembrano crescere ovunque guardiamo. E la Luna ancora ci sorride, divertita forse delle nostre preoccupazioni meschine e distrazioni. 

Ti ricordi di me? Sei stato bravo a trovarmi sul web in modo incredibile, così allettante. Ora guardati i piedi e cerca di capire quando affonderai. 

Mi piaceva domandarmi quali miracoli avrei potuto vedere del mio futuro. Mi è piaciuto un sacco. E mi manca quella sensazione. Houston, Eagle è atterrato. Ricordi, immagini, suoni, emozioni, passato. 44 anni fa avevo sedici anni, il mondo era una finestra aperta avanti a me. 44 anni fa potevo sognare, oggi raccolgo quei sogni e traggo bilanci. 

In occasione della ricorrenza molto probabilmente il momento più cool in cui l'uomo è riuscito a raggiungere un sogno, ecco che un geniale ragazzo dagli occhi verdi degli anni '60 di nuovo dice "grazie".

2013/07/14

Morire di Euro





Era meglio morire da piccoli che mangiare la pasta coi broccoli... ve la ricordate la filastrocca? Se la ricorderanno quelli più vecchi fra voi, quelli che erano bambini quando lo ero io.

Detto fra noi i broccoli sono fantastici, piacciono a tutti, era una questione di rime e in quel caso funzionava bene. Non funziona invece la pasta europea con l'euro.

Oggi di euro si muore. Questa filastrocca bisognerebbe musicarla, canticchiarla sul tram o in autobus, agli angoli delle strade, in ufficio o a casa, portarla nelle discoteche.

Stiamo morendo e il nostro veleno è l'euro. Non pensiate che stia esagerando, non esagero, nemmeno tanto, so quello che scrivo perché cari i miei lettori io ho la fortuna di guardare il mio Paese andare in malora standone fuori.

Che vedo? Vedo un'Italia sempre più malandata, messa male, pronta a fallire.

Oggi l'Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una “non vita da zombie” nel segno di un'austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un'opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l'Europa. Non credo nelle illusioni. Non ho mai pensato che l’Italia potesse farcela, potesse riguadagnare il terreno perduto in oltre dieci anni di permanenza nell’euro. Dal 2001 a oggi la nostra economia è andata sempre peggiorando, non siamo mai riusciti a riguadagnare terreno.

Del resto la storia italica dice che tutti i governi hanno sempre approfittato a man bassa delle risorse della nazione a scapito dei cittadini. Ha origini lontane questo comportamento, nasce tutto, o meglio si perfeziona e assurge all’onore delle cronache fin dal tempo dei romani. Poi si affina con il brigantaggio, esso, sin dalla sua genesi, aveva come causa di fondo la miseria. Oltre ad una mera forma di banditismo (soprattutto nel Medioevo), il fenomeno ha spesso assunto i connotati di una vera e propria rivolta popolare. Come può convivere il brigantaggio con l’altrettanto brigantaggio politico dei giorni nostri?

Le ragioni si identificano in tempi moderni, relativamente moderni. Inizia prima dell’unificazione italica. Il brigantaggio assunse già al tempo della dominazione spagnola e in seguito asburgica e francese, dimensioni significative, furono coinvolti vari strati sociali, anche con connessioni e complicità tra signori e briganti, sia in zone urbane che rurali. Il brigantaggio rappresentò col tempo una forza tale da vincere quella dello stesso Stato, incapace ancora di mediare tra i diversi ceti. Nonostante qualcuno scrisse che il brigantaggio non era che miseria, estrema e disperata augurandosi potesse terminare presto, non si accorse che invece quella forma di ladrocinio istituito, affermato, in qualche modo apprezzato dal popolo che vedeva nei briganti, gentiluomini, dei novelli Robin Hood pronti a rubare ai ricchi per donare ai poveri cresceva, si autoriproduceva, come una pianta virale inseriva i propri gangli ovunque, per il potere e non solo la sopravvivenza. Col tempo si iniziò a considerare il brigantaggio come il prodotto di un complesso sistema di vita, anche il politico soggiogato dal dominatore, rubava al dominatore per contrastare la fame, inizialmente quella vera, in seguito per accumulare ricchezze negate dal dominatore. Col tempo dalle ingiustizie si è passati alle rivolte di natura politica.

Ecco dunque che i moderni briganti sono i politici, arraffoni, che prendono quanto possono, come un cane che mangia non appena se ne presenta l’occasione, mangia fino a scoppiare perché oggi c’è e domani chissà. Così Il debito pubblico ha continuato a salire, aumentando il divario di sviluppo (sarebbe da dire involuzione, non ci siamo sviluppati, potremmo affermare che l’Italia ha perso terreno, credibilità, potere nel mondo. Vedasi il caso dei Marò in contrasto con l’India, un ex paese in via di sviluppo che è arrivato a dettar legge contro di noi, anche se tutte le evidenze sono contro di loro.

L’Italia non conta più nulla, ci confrontiamo con le realtà degli altri paesi europei, Germania e paesi Scandinavi in prima fila e in parte la Francia e ne usciamo perdenti, superati solo in questa caduta da Spagna e Grecia, Irlanda e Portogallo. Non ho mai creduto a chi scriveva che l'euro fosse una giusta mossa per l'Italia. La nostra è stata mancanza di lungimiranza, abbiamo guardato appena al di là del nostro naso, abbiamo scelto la casella sbagliata. 

Faremo la stessa fine di chi ha tentato in passato di partecipare a una moneta unica senza che ci fossero le condizioni politiche per essere un unico Paese. Bisognerebbe leggere la storia. Nel 1943 abbiamo perso una guerra, trattato con i vincitori, umiliati davanti a loro. La clausole di tale disfatta le stiamo onorando ancora adesso. Siamo cresciuti, il boom degli anni 60 è stato un miracolo che - Paganini non ripete - come il grande maestro non siamo stati capaci di replicare. Ogni occasione era buona per svalutare la Lira. Io ricordo il dollaro USA a 600 lire, un’enormità, incredibile. 

Da allora, dagli anni 60 il cambio Lira/US$ è continuamente aumentato a causa delle svalutazioni per favorire la nostra industria, leggi Fiat, ma tutti se ne sono avvantaggiati. Tutti gli industriali, i politici, i grandi investitori, i proprietari terrieri, gli imprenditori. Tutti con esclusione dei cittadini che hanno solo perso. Siamo in guerra ora, mi si dirà che una moneta non serve per dichiarare guerra. Forse si, tuttavia siamo in guerra e non ce ne siamo accorti. Siamo in guerra e le conseguenze economiche sono le stesse di una guerra cruenta.

Si potrebbe pensare di essere in un vicolo cieco, che ormai le opportunità sono terminate, che non ci sia più nulla da fare. Non è vero neppure questo, possiamo scegliere. Possiamo scegliere, come nazione, di uscire dall'euro. Possiamo scegliere un'altra moneta, magari tornando alla lira, oppure una moneta circolante, una di quelle con tassi di cambio a quattro zeri. Servirà affinchè le aziende italiane tornino a esportare, le nostre grandi industrie dovranno incrementare i turni lavoro, la produzione crescerà facendo precipitare la disoccupazione portando, finalmente, l'economia italiana in vita, resuscitarla, ossigenarla dallo stato comatoso in cui si trova.

Ora è praticamente morta. Non pensiate possa essere facile, ogni grande cambiamento nella storia di una nazione comporta dei sacrifici anche importanti. Non sarà facile per nulla. Perché c'è un prezzo da pagare. Farà male in particolare alle banche, che falliranno come imprese, senza che I correntisti possano rischiare di perdere i sudati risparmi. Non ci sono alternative, restare nell'euro, con un'economia da morti viventi non ci porterà mai fuori dalla crisi. Immaginiamoci questo scenario per i prossimi cinquanta, cento anni o per sempre. Uno scenario apocalittico, con una classe politica incapace di vedere oltre il proprio naso, incapace di cogliere le grandi difficoltà in cui si trovano i propri cittadini, incapaci di cogliere il momento giusto per riciclarsi, il tempo delle ruberie ormai si è esaurito, adesso il cittadino se ne rende conto, non è più disposto a perdonare, lo si capisce dai risultati delle ultime elezioni dove un partito nuovo, che non era nemmeno un partito è stato capace di guadagnare il quindici per cento dei voti, da zero a quindici è un successo, anche se non è sufficiente per governare. Significa che alla prossima tornata diventerà il trenta, forse il cinquanta per cento. Apocalittico forse, totalmente coerente con la situazione in cui versa il popolo italico, alla fame seppure attaccato con le unhie e con i denti ai privilegi di cui ha goduto fino a pochi mesi orsono, un ricordo del passato ormai.

L'Italia ha firmato un patto con l'Europa e l’Europa non ha apprezzato lo sforzo. Il primo dovere era portare il deficit annuale a zero. Una missione impossibile. Sono stati capaci solo di produrre tasse e tagli insopportabili. Anche se ogni italiano possa accettare di diventare sempre più povero e senza futuro non basterà. Per rientrare nel Club Europa l'Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 50 miliardi l’equivalente di dieci IMU. Non ci riprenderemo più. E questo anche se i patti sono passibili di revisioni, di rilettura, di cambiamenti, ai tedeschi non converrà. Cambiare anche un solo parametro quivale a perdere di vista gli obiettivi che si sono posti. Piuttosto escono loro dall'euro e sappiamo benissimo che senza la Germania l’euro non è più l'euro, perderebbe tutto l’appeal, quel poco rimasto, degli investitori internazionali, arrivando a scomparire.

O noi o loro? Ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario. Ma la zona euro è costruita, su misura per i paesi del Nord Europa. Siamo come chi vive in Africa e vuole frequentare un club di Berlino. Il solo andare e venire ci manda in rovina.

All'Italia dunque conviene l'euro? Sono certo che non conviene, lo vediamo tutti i giorni, ce ne accorgiamo quando andiamo a fare la spesa, il pieno all’auto, il biglietto aereo. Siamo parte di un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il nostro futuro. Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è un idiota. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso. L'economia italiana è così importante che sta creando guai in tutto il mondo. L'Europa e l'Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti.

Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L'Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l'Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito. Certo, gli italiani possono dire di essere parte dell'euro, ma non esportiamo più. Se i nostri politici aprissero gli occhi e si guardassero in giro potrebbero razionalmente scegliere, sono sicuro che cambierebbero subito valuta.

Purtoppo in questo non siamo soli, la Grecia e la Spagna prima di noi hanno avuto lo stesso malefico pensiero, adesso vediamo dove sono loro, falliti. Anche l’Italia si avvia al fallimento totale, S&P ha ridotto il Rating da BBB+ a BBB, un’inezia forse, ma significativa, segno che non è affatto vero che i nostri conti stanno migliorando, è vero il contrario e il baratro inizia a mostrare tutti i suoi angoscianti contorni.

Chi poteva è già fuggito, chi resta affonderà miseramente con buona pace di tutti.
Il governo non vede la situazione in cui siamo, si baloccano con sogni e ruberie, macchine dorate di un establishment morto e sepolto, come quell’orchestrina che suonava sul ponte del Titanic mentre la grande nave affondava.

Suonano anche loro, e ballano alla faccia dei poveri onesti cittadini. Quando non ci sarà più la nave Italia, assorbita dai nostri debiti allora rideremo, per ora possiamo solo piangere.

In tutto questo discorso ripenso a una notte di luglio 1992, quando con un decreto legge veniva deliberato il prelievo forzoso del 6‰ dai conti correnti bancari per un interesse di straordinario rilievo, in relazione a una situazione di drammatica emergenza della finanza pubblica. Un sistema oligarchico che non è stato capace di trovare soluzioni alternative, che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli italiani di notte, come fanno i ladri.

Era meglio morire da piccoli che morire di euro da grandi!

2013/07/08

Ambizioni pericolose!

L'illusione di sentirsi indispensabili, la certezza di non aver raggiunto gli obiettivi dei propri genitori, quale inganno quella vita! 

L’ispirazione per scrivere questo articolo mi è venuta a seguito di un increscioso fatto di cronaca. In Francia, a Grenoble è morto un ragazzo di dodici anni, più che una promessa italiana del free climbing, sport affascinante per uomini (e donne) duri, allenati, forgiati, pronti a tutto e con un coraggio da leoni.
Il ragazzo, leggo su un quotidiano, ha perso la vita a seguito di una caduta da un’altezza di venti metri mentre si allenava su una parete verticale utilizzando, pare, attrezzature non sue. Non entro nell’argomento specifico, l’analisi delle colpe e responsabilità di chi ha causato la morte di un giovane uomo all’inizio di una lunga vita non mi compete, e ogni riferimento all’evento finisce qui. Mi duole tuttavia ricordare che, dove non arriva il caso, a volte arriva l’ambizione parentale a creare scompensi nella vita dei nostri figli.

Non è mai facile prospettare una vita di successo per i figli, tutti i genitori lo vorrebbero, per questo spesso assistiamo a proiezioni, spezzoni inediti di film della loro vita dove credono di vederli realizzati e soddisfatti secondo il loro personale metro e quasi mai immedesimandosi nei desideri dei figli.
Mi si dirà che è parte del gioco della vita, che i genitori, purtroppo, non sempre riescono a realizzarsi e vedono nella progenie la continuazione di loro stessi, una continuazione che raggiunge quegli stessi obiettivi mancati magari per un soffio. Quegli stessi genitori non appena hanno un figlio, e badate non importa se maschio o femmina, ecco che  tendono a investire molti dei loro desideri sui figli, mettendo così una seria ipoteca al loro destino, io non credo al destino, non sono fatalista ma, sono sicuro, ognuno ha segnato dentro il proprio DNA un percorso, non dettagliato, nemmeno una strada, una guida, che molto probabilmente seguirà nel corso della propria vita inconsciamente, fino a realizzare quello per cui era nato. Non fraintendetemi. Chi nasce con la predisposizione per la musica, diventerà probabilmente un musicista, e lo stesso sarà per chi è predisposto al canto, alla pittura, all’arte in genere. Ma se quell’individuo lo si condiziona a seguire le ambizioni parentali, magari per creare un tennista, ecco che avremo prodotto un insoddisfatto per il resto della sua vita, anche se essere un tennista gli procurerà soldi e fama.

Quando si "aspetta un figlio" è inevitabile che i genitori comincino a pensarlo e a immaginarlo, appoggiando su di lui anche quelle idee che riguardano le caratteristiche fisiche e psicologiche che vengono considerate positive dai genitori, al punto che vorrebbero possederle loro stessi. In questo modo si soddisfano due principi fondamentali: il primo riguarda il desiderio che il figlio somigli a loro, magari non a entrambi, almeno a uno di loro attingendo a piene mani a tutte le caratteristiche positive del genitore maggiormente prestazionale, in alcuni casi addirittura i genitori sperano che il nascituro abbia migliori caratteristiche e potenzialità e, di conseguenza, sia in grado di superarli nella vita. Psicologicamente parlando questo è del tutto normale nella fase di gestazione, è capitato anche a me, anzi, esistono scuole di pensiero che giudicano positivo questo approccio in quanto sembrerebbe garantire Ia creazione del collegamento tra madre e figlio e tra il mondo esterno e il bambino. Essere fantasticati indica infatti il sentirsi importanti ed amati ancora prima di essere visti e questo è fondamentale poiché apporta senza dubbio Ia sensazione di partecipazione che andrà a creare il pacchetto sicurezza e serenità; come se vi fossero più possibilità di accedere al mondo quando si è confortati dall'essere desiderati ed amati ancor prima di nascere.

Arriviamo dunque al tema trattato in questo scritto, vale a dire i genitori che non accettano un figlio che abbia attitudini diverse da quello che si aspettano e hanno coltivato nella loro testa. Capita di trovare genitori che aspettano figli che, per loro sfortuna, sono gia candidati a diventare medico o insegnante, sportivi in determinate categorie e questo senza che II genitore abbia Ia minima consapevolezza del danno che arrecherà al proprio figlio. Certamente esiste la buona fede, nessun genitore in effetti vuole il male dalla progenie, semmai cerca di evidenziare, si spera, alcune caratteristiche che sono già proprie, le si coltiva con speranza, si spingono i figli a seguire in qualche caso le orme paterne, iniziando da giovanissimi, rubando tempo al gioco e divertimento, magari allo studio, alle amicizie, alla socializzazione, per diventare infine una macchina da soldi, per vincere, prevalere rispetto ai coetanei e non solo loro. A che pro?
Il genitore in questo modo si convince di poter spianare Ia strada ai figli, annullando le loro vocazioni, dirottando le risorse che essi possiedono, investendo il loro tempo alla ricerca della soddisfazione non già propria ma del genitore più accanito a raggiugere i propri obiettivi dimenticandosi di quelli dei figli. 

Succede così, chi non ha avuto Ia possibilità di studiare, spera che il proprio figlio completi gli studi e si augura possa riscattare questa sua mancanza, macchia; e lo stesso discorso potremmo applicarlo alle velleità artistiche che soddisfino il proprio desiderio insoddisfatto; chi voleva fare sport non vede l'ora che il figlio cresca un minimo per poterlo avviare nell’attività sportiva che tanto si ama e quindi lo plasma in modo preciso ignorando decisamente caratteristiche del figlio che, invece, potrebbero esprimersi al meglio in altri ambiti.
In particolare è sempre il primo figlio, di questi tempi anche unico per scelta, perché un fratello o una sorella potrebbero distrarre le risorse, vedi tempo e quattrini, affetto, predisposizione, determinazione, socializzazione. Allora meglio uno che focalizzi su di se tutte le risorse e aspettative parentali. Meglio se è maschio, ma succede anche quando è femmina, per incarnare il massimo delle proiezioni parentali candidandosi quasi sempre, senza saperlo, a sentirsi infelice e non realizzato. 

Sarebbe fondamentale provare a cogliere, comprendere, sviluppare l'autorealizzazione, quella che è sempre presente nella nostra mente, all’ultimo scalino di quella scala virtuale che rappresenta la scala dei valori di ogni individuo, strettamente dipendente dalla vocazione che, invece, può essere collocata un gradino più in basso. La vocazione si basa su precise risorse che si rivelano nei primi anni di vita, non sono sempre evidenti, si manifestano occasionalmente, bisogna essere capaci di coglierle, di conservarle, di raffinarle e opportunamente svilupparle, possono veramente diventare capacità in grado di riempire Ia vita di una persona.

Parlo di un esempio. Mio figlio. Fin dal primo anno di vita ha avuto una venerazione per i cavalli, non è casuale, attorno a casa mia, in particolare d’estate, qualsiasi spazio aperto si riempie di cavalli, maneggi all’aria aperta per felici possessori di quadrupedi per lunghe cavalcate nella brughiera, nei boschi, nelle vallate. Attorno ai due anni innamoramento da dinosauri, possiede una collezione degna di un paleontologo, gioca con essi, li conosce uno per uno. Se all’inizio potevo pensare a una carriera nell’ambito equestre ecco che nemmeno un anno dopo potrei pensare a una vita da paleontologo? Magari studiando in prestigiose università americane a stretto contatto con chi ha trasformato la propria vita in scienziato? E che dire della passione per internet? A tre anni era in grado di cercare sul fido iPad le application adatte alle proprie necessità di gioco. Tre anni signori, qualcuno già potrebbe immaginare un novello Bill Gates, ricco da far paura, magari insoddisfatto nonostante tutto?

Troppo presto. I bambini sono volubili, quello che può piacere oggi domani è superato, focalizzarsi su una caratteristica dimenticando volontariamente tutte le altre sarebbe deleterio, potrebbe creargli insoddisfazioni tali da accompagnarlo per tutta la vita. Ecco, come genitore ho considerato fondamentale evitare di mettere addosso a mio figlio aspettative irrealistiche. Sto cercando di propormi come un vero e proprio educatore, resto a guardare quello che spontaneamente mio figlio mostrerà di preferire, dove eccellerà e a quel punto mi occuperò di aiutarlo a coltivare le sue preferenze per renderle evidenti.

Se i genitori non si pongono in questi termini, vale a dire individuare le loro attitudini, i figli non verranno lasciati liberi e faticheranno ad esprimere ciò che hanno dentro, anzi, spesso soffocheranno le lore reali potenzialità per abbracciare capacità che in realtà non gli appartengono, solo per dare soddisfazione al proprio genitore. Ricordiamoci che i figli si specchiano in noi, spesso seguono i nostri desideri con l’idea di soddisfarci, di renderci felici e, troppo spesso, travalicano questa attitudine, dimenticandosi della propria vita, di quella che hanno davanti, che non conoscono perché non possiedono l’esperienza che, invece, i genitori dovrebbero avere e trasmettere ai figli in maniera neutrale. In questa modo, certi genitori forgeranno inevitabilmente il destino dei loro figli manipolando Ia loro natura, plasmando e costruendo qualcosa che in realtà non esiste e di conseguenza, sarà forzato. 

Quando vi sono queste situazioni i figli si trovano poi a provare sensi di inadeguatezza, non solo, quasi sempre finiscono poi per non trovarsi assolutamente bene nell'ambiente lavorativo in modo tale da arrivare un giorno a lasciare e rientrare nella loro vocazione. E' proprio da queste situazioni che nascono grandi difficoltà e percezioni di non essere all'altezza e di non valere, poiché non vengono utilizzate risorse proprie ma attingendo a un bagaglio che non gli appartiene, obbligandosi a faticare il doppio per sviluppare qualità che non possiedono e che richiederanno anni di Iavoro sempre con Ia sensazione di essere fuori posto.

Ecco che nascono situazioni dove l’individuo non si riconosce nel vestito che gli è stato cucito addosso, e ovviamente, non della propria misura. Tutto questo sembra facile da ottenere fin quando è il genitore mentore a tirare le fila, a governare la crescita del bambino secondo i propri voleri e, come ben sappiamo, in questo il genitore ha gioco facile, il figlio ha il desiderio prioritario di essere accettato rispetto a qualunque altro. Si mostrerà disponibile a essere manipolato, per accontentare i genitori, per non deluderli. II vero problema è che, a quel punto, il bambino si trasformerà, medicherà, amputerà e falserà le emozioni, sentimenti e pensieri nel tentativo di essere come i genitori desiderano. 

Questi problemi nascono dalle eccessive ambizioni che il genitore ripone sui figli, dai quali si aspetta quasi un risarcimento sociale per qualcosa che non ha potuto intraprendere o che non è riuscito a essere lui stesso a suo tempo. E' questo il caso dei bambini che hanno già un destino segnato ancor prima della nascita e che, fin dall'infanzia si troveranno pressati da genitori che puntano troppo sulle prestazioni, investendo il tempo in modo esagerato, mostrando delusione quando i figli sbagliano, quando non rispondono nel modo desiderato.

In una società che sta diventando sempre piu aggressiva in cui l'unica cosa importante è il successo, accompagnato dal denaro e dall'immagine, molti genitori spingono i loro figli a diventare qualcuno, mostrando acutamente Ia disillusione se poi questi non sono all'altezza o se sono troppo poco competitivi, se non sono ambiziosi. In questi casi i figli avvertono pienamente di dover riempire un profondo vuoto parentale che, a sua volta, li svuoterà completamente lasciandoli perennemente insoddisfatti alla perenne ricerca di compensazioni.

È umano sognare che i propri figli raggiungano gli obiettivi che non siamo stati capaci noi stessi di raggiungere, non lo è affatto pretendere che questa accada nella realtà premendo sull'acceleratore affinchè essi gratifichino appieno le ambizioni degli adulti. Occorre ricordare che il bambino deve poter sempre restare nella dimensione del gioco, e mantenere un rapporto chiaro con il divertimento e con Ia spontaneità. Rubare questi anni preziosi significa creare dei futuri infelici che si sentiranno privati di una parte importantissima della vita e che non riusciranno a trovare cio che veramente avrebbero voluto. I figli tendono per natura a compiacere gli altri, proprio perche hanno Ia necessità di piacere e di essere amati; se tuttavia predomina questa parte, non se ne faranno nulla dei successi, perche non sapranno apprezzarli in quanta verranno visti come ciò che li rende infelici e diversi dagli altri. E perderanno in un labirinto di sogni il desiderio del raggiungimento di una realizzazione personale.

Permettete ai vostri figli di crescere, di giocare, di essere liberi di scegliere. Sarà questo un dono prezioso che servirà a plasmare la loro futura personalità, sviluppare Ia fantasia, crescere la creatività e Ia fiducia nel mondo. 

La vita va vissuta al meglio delle proprie aspettative, non quelle dei genitori, tantomeno quelle degli altri. I genitori in quanto educatori devono coltivare le caratteristiche dei propri figli, aiutandoli nelle scelte per un futuro che si adatti ai loro desideri, potranno guidarli, suggerire loro una strada migliore, fornire una mappa, indicare le scorciatoie quando sono positive, quando sono utili, mai imporre perché a guidare saranno sempre i nostri figli, è giusto così. 

2013/07/01

Il Sottile Piacere

Il sottile piacere di cui vado a trattare in questo mio faticoso esercizio è quello dell’essere e non apparire. C’è chi lo pone come un problema, essere o apparire, il grande Shakespeare lo riduceva a “essere o non essere” che voleva dire sostanzialmente che sei solo quando sei, e non sei, quindi sembri quando non sei. Questo confonde mi si dirà, ma se io intendo trasferire il tutto alle modalità dell’animo e la voglia di fare apparire queste in modo diverso dalla verità con lo scopo di affermarsi nella società, ecco che allora cogliereste al volo un modo di pensare comune che è dato dall’eguaglianza “io sono = ciò che ho”.

La facoltà d'illuderci che la realtà d'oggi sia la sola vera, se da un canto ci sostiene, dall'altro ci precipita in un vuoto senza fine, perché la realtà d'oggi è destinata a scoprire l'illusione domani. E la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita. La vita di un uomo è immediatamente ciò che è, che può anche sembrare, quindi un’apparenza se l’osservatore non è l’uomo stesso ma un esterno, inteso come occhio. Quello che io sono lo conosco solo io, potrei anche allargare la conoscenza di me stesso a chi mi sta vicino, ma anche in questo caso potrebbe essere relativo, per cui, torniamo al problema iniziale: essere e non apparire, un sottile piacere di sembrare quello che che non si è per assomigliare a un modello esistenziale che attira ma che non convince, o che convince ma non attira che poi non è. In altre parole l’uomo rifiutando ogni impegno continuato, cerca l’attimo fuggente della propria realizzazione all’insegna della novità e dell’avventura, avventura dello scoprire quello che potrebbe essere e non necessariamente quello che è poiché si suppone lo conosca già .

Siamo dunque tutti esteti, secondo il principio dell’esistenza di Kierkgaard il quale suddivideva l’esistenza in stadi tra i quali appunto “lo stadio estetico”. L’esteta, cioè chi appare senza essere, si propone di trasformare la propria vita in un’opera d’arte bandendo la noia, la monotonia e il ripetersi di eventi con poco o scarso interesse dove invece possano trionfare le emozioni forti. E qui torniamo all’apparire invece che all’essere, sarebbe come dipingere di rosso una Fiat cinquecento e dire a tutti che a dispetto di quello che vedono si tratta di una Ferrari?  No, tuttavia al di là dell’apparenza gioiosa e brillante, la vita “estetica” o meglio l’apparenza, è destinata alla noia nonchè al fallimento esistenziale. Perché questo? Sempre Kierkgaard dice, anzi afferma, ci prova, che vivendo attimo per attimo quindi evitando a uno a uno i pesi di scelte impegnative (ergo scegliendo di non scegliere) si finisce per rinunciare a una identità identificabile come propria e per cui si finisce per avvertire un senso di vuoto nella propria esistenza. Quindi meglio essere che apparire?

Dovendo scegliere preferisco esistere, quindi essere. Essere me stesso in ogni dove, anche quando scrivo che poi è il mio essere come mi vedono i lettori, se volessi semplicemente apparire sarebbe sufficiente copiare a piene mani un testo da qualche autore sconosciuto e venderlo per mio, il risultato esteriore potrebbe essere lo stesso anche se la sostanza cambia. Un esempio calzante potrebbe essere di quello che presenta un manoscritto a un editore per la pubblicazione e questi gli risponde che Il suo manoscritto è sia bello che originale, ma le parti belle non sono originali, e quelle originali non sono belle. Allora scegliere non è una semplice manifestazione della personalità ma costituisce la personalità stessa. Questo momento Kierkgaard lo chiama “stadio etico”, cioè il momento nel quale l’uomo scegliendo di scegliere, ossia prendendo una responsabilità della propria libertà, si impegna in un determinato compito. Questo stadio implica al posto della ricerca dell’eccezionalità dell’uomo comune, la scelta della ricerca della normalità e della semplicità. 

L’esistenza dell’avere insieme a quella dell’essere costituiscono le due forme potenziali della natura umana, che per spinta biologica della sopravvivenza preponderante rispetto a ogni altra forma esistenziale semplice o complessa possa sembrare più propensa alla modalità dell’avere. Se parla di disperazione come rapporto dell’uomo con se stesso allora vuol dire  che se l’io vuol essere se stesso non giungerà mai all’equilibrio; al contrario se non vuol essere se stesso urta anche qui in un’impossibilità di fondo. Ovunque si possa guardare quindi ci si imbatterà nella disperazione perché  diventa il vivere  senza l’io interiore, quindi artefando il supremo segreto stesso della vita umana. 

Sono e perciò esisto ma se non sono alla fine cosa resta di me stesso? L’apparenza?  Verrebbe da dire che la negazione del tentativo umano di rendersi autosufficiente diventa una fuga da tutto quello che rappresenta se stessi, quindi evadere dal proprio io per immedesimarsi in un altro io, nel modello a cui si vorrebbe assomigliare senza essere. Materia da psicoanalisti specializzati in deviazioni della personalità. E tralasciamo la filosofia, questa troverà da se la soluzione anche attaccandosi alla ricerca di quella disperata fede in se stessi che manca all’esteta impegnato com’è a apparire invece che essere che, alla fine sarebbe anche più semplice. L’uomo per non essere egoista deve ritenersi non autosufficiente, ma dipendente da altri e compiere scelte responsabili in relazione a chi sta peggio, quindi deve personificarsi non come amico ma come unità dell’essere. Voler sembrare autentici, essere, in un mondo virtuale può sembrare un paradosso, tuttavia la consapevolezza della propria umanità non si cancella in ognuno di noi per cui siamo ancora qui a permetterci queste riflessioni esistenziali. Non è facile, in un mondo confuso, riuscire ad essere chiari e la semplicità non è una prerogativa umana.

Per fortuna vivere non è una sequenza di "in" e "off" anche se questo a volte vuol dire crisi e sofferenza. Siamo umani e pertanto soffriamo di delusioni e dolori, fallimenti e frustrazioni inevitabili nella loro periodicità, verrebbe da pensare anche quando si vorrebbe evitarli. In qualche momento della vita, potremmo cercare o credere o illuderci che tutto possa essere migliore. Anche se non tutto e non completamente. Lo sappiamo che la vita è dura, siamo fortunati e comprendiamo che non è terribile o tremenda, anzi che la vita sia bella nonostante tutto lo vanno dicendo da migliaia di anni tutti i saggi e anche chi saggio non è. Ma dire che è semplicemente dura e difficile sarebbe un eccesso, la vita è vita comunque la si prenda e sta a noi comportarci affinché possa sembrare di essere differente. Questo per dire che essere è difficile perché richiama la nostra complessità, ma proprio per questo è anche una scommessa che attira la nostra consapevolezza; è parte della nostra umanità.