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2014/09/29

Roma batte ISIS due a zero!


L’armata dell’ISIS scelse male l’ora per conquistare Roma. Alle 8,30 rimase imbottigliata sul Raccordo, altezza Settebagni. Non sapevano, i truci guerriglieri di Allah, che a quell’ora ‘a ggente vanno a lavorà. Tra fuori di testa che smadonnavano, stereo a dumìla, moto e motorini che sciamavano de qua e de là (uno col Kawasaki enduro gli passò sul tetto dell’autoblindo) e ambulanze bloccate sulla corsia d’emergenza dal Suv di qualche fìo de ‘na mignotta che ci aveva provato e mo’ stava a litigà coi portantini, i barbuti giustizieri dell’Islam non sapevano che pesci prendere e come imporre il Corano auto per auto, dato che tra una e l’altra non ci passava manco una sogliola in verticale.

Qualcuno di loro sparò in aria, un po’ per intimidire, un po’ per farsi strada. Gli rispose una salva di revolverate da un pullman di tifosi della Curva Sud che videro in loro dei compagni di strada e di lotta e sventolarono lo striscione “C’è un solo capitano”, immediatamente perforato dalle revolverate partite da due o tre macchine di laziali.

In verità i guerriglieri di Allah non sapevano nemmeno perché l’esercito italiano li avesse lasciati arrivare fin là senza opporre resistenza, anzi, facendogli strada. Dopo sei ore di coda sotto il sole, i mezzi dell’armata islamica, guidati da barbuti un po’ in deliquio e coi crampi agli avambracci, saltarono l’uscita e siccome quella dopo era chiusa perché stavano a potà ‘e siepi, si fecero altre tre ore di coda fino al cavalcavia e altre sei in senso inverso, gli ultimi due chilometri sulla corsia d’emergenza tra i vaffanculo di quelli in coda che non li facevano rientrare così ve imparate, li mortacci vostri, finché imboccarono l’uscita giusta e si avviarono alla conquista del simbolo della Cristianità.

Sei blindati sparirono subito in una voragine sull’asfalto della Prenestina (“Mortacci de Marino, ieri c’è sparito un purmino de suore e lui sta a cambià l’acqua ai pesci” commentò er sor Quinto da dentro all’edicola). Altri otto automezzi lasciarono i cingoli sulle doline carsiche che sulla Casilina sfasciavano le sospensioni a residenti e non, per gli scossoni un barbuto che guidava senza cintura ci rimise gli incisivi (“A’ Fidelcastro, fa’ causa ar Comune, po’ esse che ariva quarche sordo ai tu’ nipoti!” gli gridarono da un bar).

Un po’ scossi, i conquistatori venuti dal Levante decisero di fermare la colonna e fare il punto, onde elaborare una strategia di attacco.
Fermare una colonna. A Roma. Dove non c’è parcheggio nemmeno per un monopattino. Sciami di ausiliari del traffico con banda gialla sbucarono anche dai tombini, assetati di sangue e di multe.

La velocità felina con cui infilavano contestazioni sotto i tergicristallo delle autoblindo, sulle motocorazzate e perfino su tre carri armati con invito a presentarsi entro cinque giorni negli uffici della Municipale pena sequestro del mezzo, mandò fuori di testa i miliziani di Allah (“Poracci, nun ce so’ abbituati” diceva la gente intorno), che decisero di ammazzare tutti gli ausiliari, rinunciando subito dopo perché erano troppi, e pure se i passanti si offrivano de da’ ‘na mano, non potevano sprecare tutte quelle munizioni .

Lasciato un altro considerevole numero di mezzi e persone in una voragine a Portonaccio, usata dai romani per fare free-climbing, l’Armata dell’ISIS arrivò finalmente al Lungotevere.
Cioè, quasi, perché ce stava ‘a manifestazzione. Anzi, ‘e manifestazzioni. I Sindacati, I Gay e i Diritti degli Invisibili, che non si capiva se si parlava di Terzo Mondo o di Fantascienza, ma il risultato era lo stesso, per arrivare in centro dovevi passare per Ostia Lido.

Una folta barriera di transenne, pure sull’acqua del fiume, non sia mai qualche cittadino provasse a fregare i vigili col motoscafo, ribloccò la colonna islamica i cui componenti dovettero incazzarsi per fermare i rumeni che volevano lavargli i parabrezza e lucidargli gli obici, furono borseggiati dai Rom, ognuno con accanto l’assistente sociale per il reinserimento, si dovettero fare le foto insieme ai centurioni con l’orologio altrimenti gli tagliavano le gomme e furono costretti a regalare rose rosse al compagno di equipaggio sennò quel cazzo di indiano non se n’annava più.

Le gomme poi gliele fregarono mentre discutevano con quelli di Equitalia che intimavano il pagamento delle sanzioni per superamento di varco attivo da parte di tutta la colonna, ‘na botta. “È l’Inferno come lo descrive il Profeta! Anzi, peggio!” disse Al-Baghdadi ordinando la ritirata. Ma scelsero male l’ora per uscire da Roma. Non sapevano, i guerriglieri di Allah, che a quell’ora, sul Raccordo ce sta er rientro. Dopo undici ore senza fare un metro, assetati, affamati, qualcuno in fin di vita, capirono perché l’esercito italiano li aveva lasciati arrivare fin là.

2014/09/25

Secessione?


Il risultato del referendum scozzese è stato accolto con euforia dai vari governi europei, timorosi che regioni intere del rispettivo paese fossero spinte a seguire l’esempio di Edimburgo in caso di una vittoria dei “si”.

Forse in Scozia si era chiesto troppo e una parte dell’elettorato ha avuto paura ad avallare una secessione, certo l’Europa non ha futuro se non capirà che è solo dando maggiori autonomie alle singole regioni o aree storiche di ogni paese che ha senso lo stare insieme di un continente così diverso e variegato. 

Io sono contro le secessioni e mi sento profondamente “italiano” e non “padano”, ma credo fortemente nelle autonomie e se alcune funzioni di governo (difesa, politica estera, sicurezza) non ha senso siano decentrate non accetto più che i vari governi non abbiano però il coraggio di prendere con forza la strada di un decentramento responsabile che permetta sul serio un risparmio burocratico, una maggiore vicinanza con i cittadini, una gestione diretta di molti servizi.

Lasciamo perdere gli elmi celtici e le acque del Po che sono sciocchezze e stiamo sul concreto. Mai come ora aree intere del nostro paese fremono chiedendo un sistema amministrativo più efficiente, tempi rapidi di risposte, mani libere per poter lavorare in pace e tentare così di superare la crisi. 

Serve togliersi lacci, ritardi, burocrazia inutile e questo lo si può ottenere solo decentrando la gestione della cosa pubblica per creare una legislazione su misura alle diverse necessità e caratteristiche dei singoli territori...

Salvini - che ne ha le capacità – abbia il coraggio di andare avanti su questa strada, porti sempre di più la Lega su posizioni razionali perché la macroregione del Nord ha tutto l’interesse ad autogestire molte funzioni oggi in mano allo sconclusionato e assurdo mondo romanocentrico che assomma inefficienze a sprechi e mancanza di controlli.

Sui queste basi ci sarebbe uno grande spazio politico dove conquistare adesioni, ma soprattutto costruendo qualcosa di utile e positivo per tutti. Chissà se il centro-destra capirà l’opportunità di non perdere questa ennesima, grande occasione.

E' tutta una questione di lobbies.

Se lo volesse davvero il governo avrebbe dei mezzi immediati per rilanciare l’economia aiutando le imprese, per esempio cominciando con l’incidere sui costi dei trasporti e dell’energia che in Italia sono maggiori che non all’estero. La benzina italiana è la più cara del mondo, ma negli ultimi 2 mesi - pur con un Euro che per lungo tempo è stato supervalutato rispetto al dollaro - il prezzo al barile del petrolio grezzo è ribassato di oltre il 12%. 

Vi risulta che vi sia stata una riduzione del prezzo dei carburanti? Assolutamente no, mentre è evidente come nel disinteresse di ogni autorità le principali compagnie – accumulando profitti - facciano “cartello” per mantenere alti i prezzi e non farsi concorrenza a vicenda. 


2014/09/20

La pantofola


Una giornata come martedì 16 settembre, presa a caso. 
Si comincia alla mattina presto con le news televisive che dedicano l’80% del tempo alla querelle con l’Europa e Matteo Renzi nelle parti del prode difensore degli italici diritti. Segue “La Stampa” che titola a tutta pagina “Meno tasse per gli artigiani”. Bella notizia, strano che nessun altro quotidiano ne dia conto. Leggi e scopri in una pagina interna solo che “E’ allo studio un taglio delle tasse per gli artigiani”. Al concreto nulla, una “notizia-non notizia” che certo non meritava il taglio di apertura, ma giustifica la “marchetta” del solito titolone “pro Renzi” del quotidiano Fiat. 

In serata si accodano tutte le TV in un’orgia di presenze PD nei talk-show televisivi. Verso le 21.30 contemporaneamente si possono vedere Prodi, le ministro Tiraboschi e Serracchiani e Renzi stesso, con riprese pur vecchie di due giorni, riproposto da Bari. Non mi scoccia l’evidente violazione di “par condicio” (ma se qualche anno fa la destra avesse mai solo osato fare lo stesso, quante galline sarebbero insorte denunciando la morte del pluralismo informativo?!) mi irrita il tono melenso delle interviste tutte uguali, ammiccanti, senza mai una domanda “vera” o un poco imbarazzante. D'altronde l’inginocchiatoio è intasato, c’è la coda per baciare la pantofola alla corte di Renzi. Perfino il primo giorno di scuola è stato “vernissage” per capi, capetti e sotto-capetti di governo con le TV al seguito ad immortalare.

E l’opposizione? Scusate, ma quale opposizione? Messa purtroppo la mordacchia a Salvini e alla Meloni è un assordante silenzio che sottolinea incertezza, divisioni, soprattutto incapacità. Al dilagare di Renzi si può forse pensare di opporsi e di costruire una opposizione seria riproponendo ancora Berlusconi? Evidentemente no, anche perché i due ormai vanno a braccetto, ma con il principale della ditta (ovvero Renzi) che ha capito da tempo come tenersi buono lo spompato ex Cavaliere. Renzi spopola soprattutto perchè di oppositori veri e credibili non ce ne sono, nessuno che abbia un minimo di idee alternative, che esprima volontà di riscatto diventando speranza per il futuro e che, soprattutto, abbia lo spazio per poterlo esprimere. Accomodatevi, prego, il carro del vincitore forse ha ancora qualche posto, ma bisogna affrettarsi. 

Pur con queste premesse trovo comunque squallido e volgare attaccare Renzi per vicende personali legate a suo padre: quando la smetterete con la malapolitica dei pettegolezzi? Così come noto che - perlomeno - Renzi a parole chiede e propone cambiamenti giusti, direi spessi ovvii e trasversali, ma i freni tirati contro ogni rinnovamento sono espressi proprio nel suo stesso partito, quel PD che sta diventando una palla al piede per chiunque cerchi di cambiare l'Italia cui si accodano SEL (e è comprensibile) ma anche il M5S il che non solo è incomprensibile, ma una grande delusione. 

Qui sta infatti tutto il gioco e soprattutto il bluff di Matteo Renzi: proporsi con riforme di buon senso, con frasi “di destra” che colpiscono l’immaginario collettivo anche di chi non lo ha votato. Un quotidiano “effetto-annuncio” ampiamente riportato e amplificato dai media cui però (purtroppo) non fanno seguito azioni concrete. Non sempre è poi facile capire se le “colpe” sono sue o di chi gli impedisce di riformare oppure – nel rincorrersi di un grande gioco – se a Renzi non facciano perfino comodi i freni della Camusso, delle lobby e dello stesso PD perché così può scaricare su altri i suoi fallimenti al grido di “Io vorrei, ma vedete bene che non mi lasciano lavorare!”

Certo i risultati di Renzi sono per ora praticamente nulli mentre i mesi corrono e l’Italia sta precipitando, come tutti  possono prenderne atto. Le riforme saranno capaci di reallizzarle in 10000 giorni?


2014/09/13

Montezemolo uno, treno e quattrino (la spallata 2)

Tutti si saranno fatti un’idea, al di là delle prediche che da sempre impartisce a tutti, su quanto effettivamente “valga” (o meno) Luca Cordero di Montezemolo, ovvero un uomo che sicuramente si vende e si presenta bene, ma soprattutto “pro domo sua”. 
Non mi pare che l’azione di Montezemolo abbia mai portato a dei risultati eclatanti – né in politica né quando era presidente di Confindustria o in campo industriale  - ma sicuramente non chiude in perdita la sua corsa alla “Rossa” visto che la sua liquidazione è stata principesca trattandosi di 27 milioni di euro e dopo aver percepito alla Ferrari uno stipendio di circa 100.000 euro al mese. 

D'altronde Montezemolo - mentre presiedeva a Maranello - era comunque impegnatissimo e distratto da ben altro. 
Non è un caso che (sembra) andrà ora a fare il presidente della nuova Alitalia, anche perché è già vice-presidente di Unicredit (altro stipendio) banca a cui l’Alitalia deve un bel pacco di milioni di euro. Da questo punto di vista sembra proprio che i conflitti di interesse contino solo in politica.  

Intanto Montezemolo è impegnato anche con i suoi trenini di “Italo” e la “Montezemolo e Partners” che gestisce i fondi Charme, con indennizzi adeguati. 
“Uno, tri(e)no e quattrino” potrebbe essere il suo motto e tutti lo hanno capito anche perché, dopo tante promesse e false partenze, alla fine non è mai sceso in campo neppure in politica pur avendolo preannunciato molte volte: meglio pensare a rendite e patrimonio. 

In un aspetto però Montezemolo è bravo e non per nulla si occupa anche di treni: sa scendere alla svelta da quelli in corsa dopo essersi fatto pagare bene, così – se poi magari deragliano, come il partito di Monti – non è mai colpa sua.  

Se fossi il partner arabo di Alitalia, mi preoccuperei.

2014/09/12

Eutanasia, la dolce morte


"Sono relegata a letto, ho dolori fortissimi, le mie mani tremano. Non voglio aspettare di rimanere paralizzata del tutto. Questa non è vita". Sono le parole pronunciate da Damiana, 68 anni, malata di sclerosi multipla, nel video shock girato pochi giorni prima di morire, in una clinica in Svizzera, e diffuso per chiedere al Parlamento che riprenda il suo iter la proposta di legge sull'eutanasia.

Con l'aumento delle possibilità tecnologiche può accadere che si ecceda nell'uso di terapie in malati che non ne traggono giovamento. Vuoi perchè si tratta degli ultimi momenti della loro vita, vuoi perchè queste terapie possono portare ad una sopravvivenza dolorosa e gravosa, se non addirittura ad una nuova patologia provocata da quella stessa terapia. Si parla, in tal caso, di "accanimento terapeutico". 

Ferma restando la liceità della sospensione di un intervento che si configura come accanimento terapeutico, è da sottolineare, però, come si faccia un uso strumentale di questo concetto al fine di favorire il diffondersi di una cultura eutanasica. Definita in modo suadente "dolce morte" l'eutanasia viene presentata come la via da perseguire per porre fine ad una sofferenza "insopportabile". Essa si traduce, di fatto, in un'anticipazione deliberata della morte. 

In nome della libertà individuale, si vuole annullare la fonte stessa della sua ragion d'essere, ovvero la vita, che è di per sè un bene indisponibile. Una riflessione sull' eutanasia richiede di analizzare anche le ragioni che possono motivare una richiesta in tal senso, decodificando la domanda. E' stato, infatti, messo in evidenza come la richiesta di eutanasia sia spesso motivata da ragioni psicologiche o psichiatriche transitorie o curabili e dalla inevitabile paura del dolore e della sofferenza. 

In questo senso, la ricostruzione dell'autostima e del senso di accettazione di sè o la cura di una sindrome depressiva portano frequentemente il malato a cambiare idea. Inoltre un'adeguata terapia antidolorifica e il sollecito accompagnamento del malato consentono di attenuare o rimuovere il dolore e di alleviare il senso di sofferenza, riducendo drasticamente la richiesta di eutanasia. Di fronte al dolore, alla sofferenza e alla morte, invece, la medicina offre una sensazione di impotenza che prelude all'abbandono del malato e della sua famiglia alla solitudine.

La proposta dell'eutanasia, che non è assolutamente un atto medico, svela il suo vero volto: una scorciatoia per ridurre la spesa pubblica, un rifiuto dell'impegno umano e clinico a fianco del malato e una fuga di fronte alla paura della morte, del dolore e della sofferenza. Sta inoltre emergendo come, dietro la richiesta di eutanasia da parte di alcuni settori della società, vi sia anche una vera e propria "handifobia", ovvero la paura e il rifiuto della disabilità. Si impone così un modello culturale teso a rimuovere (negare) il dolore, la sofferenza, la morte, impedendo così di affrontarli in modo pienamente degno. Si sta sviluppando, per contro, un'idea di "qualità della vita" misurata su standard di efficienza, salute e forma fisica: una vita senza questo tipo di "qualità" non sarebbe degna di essere vissuta e può essere "oggetto" di libera scelta. 

Di conseguenza alcuni potrebbero avere più potere di altri sulla vita altrui, decidendo quando e come spegnerla. 

Il significato della vita e della morte 

La vita e la morte dell'uomo non si possono ridurre solamente al loro aspetto materiale. E questa la prima premessa di ogni discorso sull'eutanasia. Certo anche il corpo umano è soggetto al proprio ciclo biologico, come ogni altro essere vivente: viene alla luce, cresce, invecchia, muore. Tuttavia nell'uomo questi eventi non sono esclusivamente biologici, ma essenzialmente spirituali, nel senso che solo la persona umana (intelligente e libera) è in grado di assumere coscientemente e responsabilmente, senza subirle passivamente, sia la vita, sia la morte. Cosicché, propriamente parlando, solo dell'uomo si può dire che “vive” e che “muore”. Sta in ciò la sua grandezza. 

Ora, finché la morte era universalmente considerata un evento naturale, di cui erano fissate ineluttabilmente l'ora e le circostanze senza poterle mutare, “morire con dignità” voleva dire rassegnarsi a ciò che la natura aveva stabilito per ciascun mortale. In un simile contesto culturale, largamente condiviso, la condanna morale dell'eutanasia incontrava meno difficoltà: infatti, appariva chiaro che porre volutamente fine alla vita di un malato in fase terminale per non farlo soffrire, significava andare contro le leggi intangibili della natura, contro la dignità stessa dell'uomo. 

La questione di una possibile legittimazione dell'eutanasia cominciò invece a farsi strada, quando il progresso scientifico e tecnico giunse a fornire alla medicina strumenti in grado di contrastare il passo alla morte, riuscendo in taluni casi a ritardarla e in altri casi ad anticiparla in modo “dolce”, evitando le sofferenze e le umiliazioni dell'agonia. Nacquero così gli interrogativi nuovi che tuttora ci interpellano: fino a che punto si può e si deve resistere alla morte? È moralmente lecito “accanirsi” nel combatterla? Avendo la possibilità scientifica e tecnica di scegliere responsabilmente il momento più adatto e un modo “dolce” di morire, perché non farlo? Perché mai l'eutanasia dovrebbe essere un affronto alla natura? Infatti, l'uomo ha il compito morale di amministrare la natura e la sua stessa vita, perché egli non può disporne liberamente in modo che la morte avvenga in circostanze meno umilianti e più conformi alla “dignità” della persona? 

La ragione per la quale la Chiesa condanna con tanta forza l'eutanasia attiva è riposta nel significato stesso della vita, che dà senso anche alla morte. La persona umana è un assoluto, ha in sé valore di fine, la sua vita è quindi indisponibile in tutte le fasi del suo divenire, dalla concezione alla morte; la vita non può mai avere ragione di mezzo, non se ne può mai fare un uso strumentale. 

Questa concezione etica della esistenza umana non è esclusiva della visione cristiana, non è cioè di natura confessionale, ma appartiene a qualsiasi altra visione del mondo che consideri l'uomo il valore supremo e lo ponga al centro della vita sociale e del cosmo. La storia, del resto, dimostra che ogni qual volta la vita umana cessa di essere considerata il valore primo, l'uomo finisce col distruggere se stesso. La salute viene prima della vita? Allora si eliminano i malati fisici e mentali, gli handicappati, i neonati affetti da malformazioni. Il primo valore è la razza? Allora si giustificano i campi di sterminio e le pulizie etniche. Il primo valore non è la vita, ma il danaro? Allora si può uccidere per rubare o per impossessarsi di una eredità. 

Il diritto di “morire con dignità” 

Un'altra premessa al discorso sulla eutanasia è il diritto di “morire con dignità”. Che senso avrebbe – chiedono i sostenitori della “morte dolce” – accettare supinamente di terminare la propria vita in preda a sofferenze atroci e a umiliazioni indicibili? Non è forse la stessa grandezza dell'uomo a esigere che gli venga riconosciuto il diritto di morire con dignità? 

In questo ragionamento sono due gli aspetti da chiarire. Il primo è vedere in che senso esista un diritto di morire con dignità. Di per sé, non si può parlare di “diritto” di morire, in senso proprio, dato che la fine della vita è un evento ineluttabile, al quale – volenti o nolenti – nessuno si può sottrarre. Si deve invece parlare di un diritto di morire bene, serenamente, evitando cioè sofferenze inutili; esso coincide in pratica con il diritto di essere curato e assistito con tutti i mezzi ordinari disponibili, senza ricorrere a cure pericolose o troppo onerose e con l'esclusione di ogni “accanimento terapeutico”, che solo servirebbe a prolungare la vita in modo artificiale e penoso con danno del malato. 

L'altro aspetto da chiarire nel ragionamento di chi propugna il diritto alla eutanasia è collegato al primo: si tratta cioè di vedere in che misura il ricorso alla “morte dolce” sia effettivamente il modo di risolvere il problema della sofferenza umana. 

Il limite culturale di chi lo pensa è quello di considerare la sofferenza come una maledizione, una condizione umana priva di valore e inutile, quasi che “sofferenza” e “dignità” siano incompatibili, quasi che l'una escluda l'altra. È vero invece il contrario. La persona umana, finché vive, non perde mai la sua radicale dignità. Non la perde il delinquente, per quanto abbia compiuto i più orrendi delitti, e per questo rifiutiamo la pena di morte; non la perde l'infermo o il moribondo, per quanto sia degradato il suo stato di salute fisica o mentale, e per questo rifiutiamo l'eutanasia. 

Certo, la sofferenza è un male da combattere anche per chi ha la fede; tutti hanno il dovere di impegnarsi a guarire e a curare quanti sono afflitti da qualsiasi genere di infermità. Tuttavia, anche a prescindere dalla fede – nonostante sia più difficile comprenderlo –, il dolore ha un suo valore e, se non lo si può eliminare, lo si può però umanizzare. Quante volte la presenza in famiglia di un infermo o di un handicappato si trasforma in occasione di solidarietà e di amore, aiuta tutti a essere meno egoisti. Perciò, è assurdo pensare che il problema del dolore si risolva eliminando chi soffre. Sarebbe come se, per risolvere il problema della fame, si uccidessero gli affamati, anziché produrre di più e distribuire equamente i beni destinati a tutti. 

Analogamente, il problema della sofferenza non si risolve con l'eutanasia, ma eliminando le cause che inducono a chiederla. Occorre, da un lato, evitare l'accanimento terapeutico e, dall'altro, mettere in atto una “terapia del dolore” e “cure palliative” adeguate, favorendo nello stesso tempo forme di solidarietà e di accompagnamento, che aiutino gli infermi (soprattutto nella fase terminale) a superare il senso di disperazione che prende quando si vedono abbandonati e sono lasciati a soffrire in solitudine. 

Le implicazioni sociali dell'eutanasia 

Un terzo elemento, infine, del quale occorre tenere conto per fare un discorso serio sull'eutanasia, è dato dalle implicazioni sociali della “morte dolce”. Questa non va considerata come una questione meramente privata, che riguarda solo il singolo che vi fa ricorso, ma va valutata nella sua inevitabile ricaduta sociale. Infatti l'uomo non è mai una monade chiusa in se stessa. Il concetto stesso di persona dice essenzialmente relazione con l'altro. L'uomo è fatto per vivere in società. Nel momento che uno decide di non esistere più ferisce non solo se stesso, ma anche la società. 

In realtà, la logica effettiva dell'eutanasia è essenzialmente egoistica e individualistica e, in quanto tale, contraddice radicalmente la logica solidale e la fiducia reciproca su cui poggia ogni forma di convivenza. Appare quindi assurda la tesi sostenuta addirittura da un presidente onorario del Consiglio di Stato sulle pagine di un diffuso quotidiano nazionale: lo Stato – vi si legge – “non può proseguire nell'assumere come oggetto della tutela penale il mantenimento in vita di un soggetto distrutto dal dolore o completamente alterato nella sua personalità”; infatti, si spiega, in questo caso non solo il singolo ha perso l'interesse a conservare la sua vita, ma viene meno anche l'obbligo dello Stato a tutelare l'interesse della società a non essere privata di una vita, perché “si ha a che fare con una vita che non è più vita”. 

Si tratta di una tesi insostenibile. In base a quale criterio un soggetto può essere ritenuto “distrutto dal dolore”? Come può lo Stato determinare l'intensità della sofferenza che si richiede per legittimare l'eutanasia? Un esaurimento nervoso, un'umiliazione o lo scoraggiamento per un rovescio patito spesso sono in grado di “alterare completamente la personalità” non meno di un male incurabile in fase terminale; può bastare la completa alterazione prodotta dall'uno o dall'altro trauma doloroso per eliminare una persona “distrutta dal dolore”? E chi è autorizzato a decidere per il sì o per il no: il medico o anche un amico o un familiare? Chi garantisce che la “morte dolce” venga decisa effettivamente per porre fine a una sofferenza divenuta intollerabile e non per qualche altra ragione, magari per interessi inconfessabili? Soprattutto come dimostrare che sussiste il consenso esplicito e libero dell'interessato, quando non è più capace di esprimersi? Si tratta di interrogativi angosciosi, ai quali nessuno riuscirebbe mai a dare risposta, qualora l'eutanasia fosse legalizzata. In quest'ultima ipotesi, verrebbe minato alla base il rapporto di fiducia su cui poggiano i rapporti interpersonali, sia in famiglia sia nella società. 

Che fare allora?