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2015/10/31

Una bella notizia sul filo del telefono


Il parlamento europeo ha deciso che dal 2017 non si pagheranno più a caro prezzo le telefonate internazionali inter-europee applicandosi invece sempre le tariffe nazionali. Ottima notizia che speriamo sia estesa anche alla Svizzera anche per un particolare che sfugge ai più. 

Chi abita o transita in zone di confine – anche a distanza dalla frontiera - spesso si trova ad essere automaticamente “agganciato” alla rete estera e così senza nemmeno accorgersene – pur stando in Italia e telefonando sempre a un numero italiano – pagava e paga a tariffa internazionale la sua conversazione. 

Domandina: quanti milioni di profitti ingiusti hanno fatto, solo con quest’ultima furbata, le diverse società telefoniche, ovviamente senza rimborsi all’utente?

2015/10/26

Economia e cultura



Una delle favole dei fratelli Grimm – immagino che siano conosciute anche in Italia – si chiama “Il gatto e il topo in società”. Un gatto convince un topo dell’amicizia che ha per lui; mettono su casa insieme, e in previsione dell’inverno comprano un vasetto di grasso che nascondono in una chiesa. Ma con il pretesto di dover andare a un battesimo, il gatto esce diverse volte e si mangia man mano tutto il grasso, divertendosi poi a dare risposte ambigue al topo su quanto ha fatto. Quando finalmente vanno insieme alla chiesa per mangiare il vasetto di grasso, il topo scopre l’inganno, e il gatto per tutta risposta mangia il topo. L’ultima frase della favola annuncia la morale: “Così va il mondo”.

Direi che il rapporto tra la cultura e l’economia rischia fortemente di assomigliare a questa favola, e vi lascio indovinare chi, tra la cultura e l’economia, svolge il ruolo del topo e chi quello del gatto. Soprattutto oggi, nell’epoca del capitalismo pienamente sviluppato, globalizzato e neoliberale. Le questioni che vuole affrontare questo “foro de arte publico”, e che vertono tra l’altro sulla questione chi deve finanziare le istituzioni culturali e quali aspettative, e di quale pubblico, deve soddisfare un museo, rientrano in una problematica più generale: quale è il posto della cultura nella società capitalistica odierna? Per tentare di rispondere, io prenderò dunque le cose un po’ più alla larga.

A parte la produzione – materiale e immateriale – con cui ogni società deve soddisfare i bisogni vitali e fisici dei suoi membri, essa crea ugualmente una serie di costruzioni simboliche. Con queste, la società elabora la sua rappresentazione di se stessa e del mondo in cui è inserita e propone, o impone, ai suoi membri delle identità e dei modi di comportamento. Per parlarne non utilizzo qui il termine marxista di “sovrastruttura”, opposta alla presunta “base economica”, perché la produzione di senso può – secondo la società in questione - svolgere un ruolo altrettanto grande, se non più grande della soddisfazione dei bisogni primari. La religione e la mitologia così come gli “usi e costumi” quotidiani – soprattutto quelli relativi alla famiglia e alla riproduzione - nonché ciò che dal Rinascimento in poi chiamiamo “arte” entrano in questa categoria del simbolico. 

Per molti versi, questi codici simbolici non erano nemmeno separati tra di loro nelle società antiche, basti pensare al carattere largamente religioso di quasi tutta l’arte. Ma soprattutto non esisteva la separazione tra una sfera economica e un’altra sfera simbolica e culturale. Un oggetto poteva allo stesso tempo soddisfare un bisogno primario e avere un aspetto estetico. Storicamente, è stata la modernità capitalista e industriale a separare il “lavoro” dalle altre attività, e a fare di esso e dei suoi prodotti, sotto il nome di “economia”, il centro sovrano della vita sociale. In concomitanza, il lato culturale e estetico, che nelle società preindustriali era inerente a ogni aspetto della vita, si concentra in una sfera a parte. 

Questa sfera è apparentemente libera dalle costrizioni della sfera economica, e in essa può affiorare una verità critica, altrimenti repressa o rimossa, sulla vita sociale e la sua crescente sottomissione alle esigenze sempre più inumane della concorrenza economica. Ma la cultura paga questa libertà con la sua marginalizzazione, con la sua riduzione a un “gioco” che, non facendo direttamente parte del ciclo di lavoro e accumulazione di capitale, rimane sempre in una posizione subordinata rispetto alla sfera economica e a quelli che la governano. Ma nemmeno quell’”autonomia dell’arte”, che ha avuto il suo apogeo nel XIX secolo, ha potuto resistere alla dinamica del capitalismo, volto a fagocitare tutto e a non lasciare niente al di fuori dalla sua logica di valorizzazione. Prima, le opere dell’arte autonoma – per esempio i quadri – sono entrati nel mercato, diventando merci come le altre. Poi, la produzione stessa di “beni culturali” è stata mercificata, mirando fin dall’inizio solo al profitto e non alla qualità artistica intrinseca. 

Questo è lo stadio della ”industria culturale”, descritto inizialmente da Theodor Adorno, Max Horkheimer, Herbert Marcuse e Günther Anders nei primi anni quaranta del secolo scorso. In seguito, si è assistiti a una specie di perversa reintegrazione della cultura nella vita, ma solo in quanto ornamento della produzione di merci, cioè sotto forma di design, pubblicità, moda ecc. La quasi-sparizione delle istituzioni culturali pubbliche ha infine eliminato gli ultimi resti di indipendenza degli artisti di fronte al denaro; ormai, essi sono raramente altro che i nuovi buffoni e cantanti di corte che debbono azzuffarsi per le briciole che i nuovi padroni, sotto il nome di sponsor, gli gettano.

Questa è la situazione in cui viviamo oggi. Certo, molti provano un disagio vago di fronte a questa “mercificazione della cultura” e preferirebbero che la cultura “di qualità” – a seconda dei gusti, può trattarsi del “cinema d’autore”, dell’opera lirica o dell’artigianato indigeno – non fosse trattata esattamente come la produzione di scarpe, giochi video o viaggi turistici, cioè con la sola logica dell’investimento e del profitto. Evocano dunque ciò che in Francia si chiama “l’eccezione culturale”: la spietata logica capitalistica va bene in tutto (e soprattutto là dove “noi” siamo i vincitori), ma che lasci gentilmente la cultura fuori dalle sue grinfie. In verità, questa speranza mi sembra ingenua e senza molto senso. Infatti, accettando la logica di base della concorrenza capitalistica, se ne accettano poi anche tutte le conseguenze. 

Se è giusto che una scarpa o un viaggio siano considerati esclusivamente in base alla quantità di denaro che rappresentano, è alquanto illogico aspettarsi poi che questa stessa logica si fermi davanti ai “prodotti” culturali. Qui vale lo stesso principio come altrove: non ci si può opporre agli “eccessi” “liberisti” della mercificazione – ciò che oggi fanno in molti - senza metterne in discussione i fondamenti, cosa che quasi nessuno fa. In ogni caso, la speranza è vana, perchè la logica globale della merce non rinuncia a dilaniare corpi di bambini, se può fare un piccolo guadagno con le mine anti-uomo; non si farà dunque certo intimorire dalle rispettose rimostranze di cineasti francesi o di direttori di musei esasperati di dover strisciare sul ventre davanti a dei manager di Coca-cola o dell’industria petrolchimica perché gli finanzino una mostra. 

La capitolazione incondizionata dell’arte di fronte agli imperativi economici è solo parte della mercificazione tendenzialmente totale di ogni aspetto della vita, e non la si può mettere in discussione per la sola arte senza tentare di rompere con la dittatura dell’economia a tutti i livelli. Non c’è nessun motivo perché proprio l’arte dovrebbe riuscire a mantenere la sua autonomia rispetto alla pura logica del profitto, se nessun’altra sfera ci riesce.

Dunque, la necessità per il capitale di trovare sempre nuove aree di valorizzazione non risparmia certo la cultura, e è evidente che all’interno della cultura, in senso lato, l’”industria del divertimento” costituisce il suo oggetto di investimento principale. Già negli anni settanta, il gruppo pop svedese “Abba” era il primo esportatore del paese, davanti all’industria militare Saab; i Beatles furono fatti baronetti dalla Regina già nel 1965 a causa dell’enorme contributo dato all’economia inglese. Inoltre, l’industria dell’intrattenimento, dalla tv alla musica rock, dal turismo alla people’s press, svolge un importante ruolo di pacificazione sociale e di creazione di consenso, ottimamente riassunto nel concetto di “tittytainment” (“entetanimiento” in spagnolo). 

Nel 1995 si riunì a San Francisco un “State of the World Forum” cui parteciparono circa 500 tra i personaggi più potenti del mondo (tra l’altro Gorbaciov, Bush, Thatcher, Bill Gates...) per discutere della questione che cosa fare in futuro con quell’ottanta per cento della popolazione mondiale che non sarebbe più stato necessario per la produzione. Come soluzione fu proposto il “tittytainment”: alle popolazioni “superflue” e tendenzialmente pericolose sarà destinato un miscuglio di nutrimento sufficiente e di intrattenimento, di entertainment abbrutente, per ottenere uno stato di letargia beata simile a quella del neonato che ha bevuto dai seni (tits in gergo americano) della madre. In altre parole, il ruolo centrale che svolge tradizionalmente la repressione per evitare i sovvertimenti sociali viene ormai largamente affiancato dalla infantilizzazione.

Il rapporto tra l’economia e la cultura non si limita dunque alla strumentalizzazione della cultura, al fastidio di vedere su ogni manifestazione artistica i logo dei sponsor – che, sia detto en passant, finanziavano la cultura anche quarant’anni fa, ma attraverso le tasse che pagavano, e dunque senza potersene vantare e soprattutto senza poterne influenzare le scelte. Tuttavia, il rapporto tra la fase attuale del capitalismo e la fase attuale della “produzione culturale” va ancora più lontano. C’è una idiosincrasia profonda tra l’industria dell’intrattenimento e la spinta del capitalismo verso l’infantilizzazione e verso il narcisismo. L’economia materiale è largamente unita alle nuove forme dell’“economia psichica e libidinale”. Per spiegare quello che voglio dire, devo un’altra volta tentare di esporne in poche parole i presupposti.

Il mondo contemporaneo si caratterizza per il prevalere ormai totale di quel fenomeno che Karl Marx ha chiamato feticismo della merce. Questo termine, spesso frainteso, indica molto più di un’adorazione esagerata delle merci, e neanche vuole solo indicare una semplice mistificazione. Si riferisce al fatto che nella società moderna e capitalistica la maggior parte delle attività sociali prendono la forma di una merce, materiale o immateriale che sia. Il valore di una merce è determinata dal tempo di lavoro necessario per la sua produzione. Non sono le qualità concrete degli oggetti a decidere del loro destino, ma la quantità di lavoro incorporata in loro – e questa quantità si esprime sempre in una somma di denaro. I prodotti che ha creato l’uomo cominciano così a condurre una vita autonoma, governata dalle leggi del denaro e della sua accumulazione in capitale. 

Bisogna prendere alla lettera il termine “feticismo della merce”: gli uomini moderni si comportano come quelli che chiamano i “selvaggi”: venerano i feticci che loro stessi hanno prodotto, attribuendogli una vita indipendente e il potere di governare gli uomini. Questo feticismo della merce non è un’illusione o un inganno, ma il modo di funzionamento reale della società della merce. Domina ormai tutti i settori della vita, ben al di là dell’economia. Questa religione materializzata comporta tra l’altro che tutti gli oggetti e tutti gli atti, in quanto sono merci, sono uguali. Non sono nient’altro che delle quantità più o meno grandi di lavoro accumulato, e dunque di denaro. E’ il mercato che esegue quest’omologazione, indipendentemente dalle intenzioni soggettive degli attori. Il regno della merce è dunque terribilmente montono, e è addirittura senza contenuto proprio. 

Una forma vuota e astratta, sempre la stessa, una pura quantità senza qualità – il denaro – s’impone man mano alla infinita molteplicità concreta del mondo. La merce e il denaro sono indifferenti al mondo che per loro non è altro che un materiale da utilizzare. L’esistenza stessa di un mondo concreto, con le sue leggi e le sue resistenze, è alla fine un ostacolo per l’accumulazione del capitale che non conosce altro scopo che se stesso. Per trasformare ogni somma di denaro in una somma più grande, il capitalismo consuma il mondo intero – sul piano sociale, ecologico, estetico, etico. Dietro la merce e il suo feticismo si nasconde una vera e propria “pulsione di morte”, una tendenza, incosciente ma potente, verso l’annientamento del mondo.

L’equivalente del feticismo della merce nella vita psichica individuale è il narcisismo. Qui, questo termine non indica, come nel linguaggio corrente, un’adorazione del proprio corpo, o della propria persona. Si tratta piuttosto di una grave patologia, ben conosciuta nella psicoanalisi: significa che una persona adulta conserva la stuttura psichica dei primissimi tempi della sua infanzia, quando ancora non c’è distinzione tra l’Io e il mondo. Ogni oggetto esterno è vissuto dal narcisista come una proiezione del proprio Io. Ma in verità questo Io rimane terribilmente povero a causa della sua incapacità di arricchirsi in veri rapporti oggettuali con oggetti esterni – in effetti, il soggetto, per farlo, dovrebbe prima riconoscere l’esistenza del mondo esterno e la sua propria dipendenza da esso, e dunque anche i propri limiti. 

Il narcisista può sembrare una persona “normale”; in verità non è mai uscito dalla fusione originaria con il mondo circostante e fa di tutto per mantenere l’illusione di onnipotenza che ne deriva. Questa forma di psicosi, rara all’epoca di Sigmund Freud, che la descrisse per primo, è diventata da allora uno dei disturbi psichici principali; se ne vedono le tracce un po’ ovunque. E non è un caso: vi si trova la stessa perdita del reale, la stessa assenza del mondo – di un mondo riconosciuto nella sua autonomia fondamentale – che caratterizza il feticismo della merce. D’altronde, questa negazione drastica dell’esistenza di un mondo indipendente dalle nostre azioni e dai nostri desideri ha costituito fin dall’inizio il centro della modernità: è il programma enunciato da Descartes quando aveva scoperto nell’esistenza della propria persona l’unica certezza possibile.

In una società basata sulla produzione di merci era inevitabile, a lungo andare, che il narcisismo diventasse la forma psichica prevalente. Ora, è evidente che l’enorme sviluppo dell’industria del divertimento sia allo stesso tempo causa e conseguenza di questa fioritura del narcisismo. In questo modo, tale industria partecipa a quella vera e propria “regressione antropologica” cui ci porta ormai il capitalismo: un annullamento progressivo delle tappe dell’umanizzazione in cui stava l’essenza della storia antecedente. Anche qui, il discorso da fare sarebbe molto lungo. Mi limito a ricordarvi le tappe per cui ogni essere umano, secondo le conclusioni della psicoanalisi, deve passare nel suo primo sviluppo psichico. 

Deve superare quel senso di fusione rassicurante con la madre che caratterizza il primo anno (si tratta di ciò che Freud chiama “narcisismo primario”, una tappa comunque necessaria) e passare attraverso i dolori del conflitto edipico per arrivare a una realistica valutazione delle proprie forze e dei propri limiti, rinunciando ai sogni infantili di onnipotenza. Solo così può nascere una persona psicologicamente equilibrata. L’educazione tradizionale mirava, più o meno bene, a questo: sostituire il principio di piacere con il principio di realtà, ma senza uccidere del tutto il principio di piacere. Le tappe non correttamente risolte dello sviluppo psicocologico dell’individuo danno luogo a nevrosi e addirittura psicosi. Il bambino non dispone dunque di una perfezione originaria, né abbandona spontaneamente il suo narcisismo iniziale. Ha bisogno di essere guidato per poter accedere al pieno sviluppo della sua umanità. 

Le costruzioni simboliche caratteristiche di ogni cultura svolgono evidentemente un ruolo essenziale in questo processo e costituiscono a questo titolo un patrimonio prezioso dell’umanità (anche se non tutte le costruzioni simboliche tradizionali sembrano ugualmente atte a promuovere una vita umana piena, ma questa è un’altra questione). Al contrario di questo, il capitalismo nella sua fase più recente – diciamo dagli anni settanta in poi -, in cui il consumo e la seduzione sembrano aver sostituito la produzione e la repressione come motore e modalità dello sviluppo, rappresenta storicamente l’unica società che promuove una massiccia infantilizzazione dei soggetti, legata a una desimbolizzazione. Ormai, tutto cospira a mantenere l’essere umano in una condizione infantile. Tutti gli ambiti della cultura, dal fumetto alla televisione, dalle tecniche di restauro delle opere antiche alla pubblicità, dai giochi video ai programmi scolastici, dallo sport di massa ai psicofarmaci, da Second life fino alle esposizioni attuali nei musei contribuisce a creare un consumatore docile e narcisista che vede nel mondo intero una sua estensione, governabile con un mouseclick.

Non può perciò esistere nessuna scusa o giustificazione per l’industria del divertimento e per l’adattamento della cultura alle esigenze del mercato che hanno contribuito così potentemente alle tendenze regressive. Ci si può dunque chiedere perché un tale degrado ha suscitato così poca opposizione. In effetti, tutti hanno contribuito a questa situazione: la destra, perché crede comunque e sempre al mercato, almeno da quando è diventata interamente liberale. La sinistra, perché crede nell’uguaglianza dei cittadini. Quello che è più curioso è proprio il ruolo svolto dalla sinistra in questo adeguamento della cultura alle esigenze del neo-capitalismo. La sinistra ha costituito spesso l’avanguardia, il battistrada nella trasformazione della cultura in una merce. Tutto si è svolto all’insegna delle parole magiche “democratizzazione” e “uguaglianza”. 

La cultura deve essere a disposizione di tutti. Chi può negare che si tratti di un’aspirazione nobile? Molto più rapidamente della destra, la sinistra – “moderata” o “radicale” che sia – ha abbandonato – soprattutto dopo il ’68 - ogni idea che possa esistere una differenza qualitativa tra espressioni culturali. Spiegate a un qualsiasi rappresentante della sinistra culturale che Beethoven vale più di un rap o che i bambini farebbero meglio a imparare a memoria delle poesie piuttosto che giocare alla play station, e lui vi chiamerà automaticamente “reazionario” e “elitista”. La sinistra ha fatto quasi ovunque la pace con le gerarchie di reddito e di potere, trovandole inevitabili o addirittura piacevoli, benché i danni che fanno siano sotto gli occhi di tutti. Ha invece voluto abolire le gerarchie là dove queste possono avere un senso, a condizione che non siano stabilite una volta per tutte, ma mutabili: quelle dell’intelligenza, del gusto, della sensibilità, del talento. 

Ma anche coloro che ammettono il decadimento della cultura generale, vi aggiungono, come un riflesso condizionato, che una volta la cultura era forse di livello più alto, ma era l'appannaggio di un'infima minoranza, mentre la grande maggioranza sprofondava nell'analfabetismo. Oggi invece tutti vi avrebbero accesso. A me sembra però che i bambini che oggi crescono con Omero e Shakespeare o Cervantes costituiscano una minoranza ancora più infima di quella di una volta. L’industria del divertimento ha semplicemente sostituito una forma di ignoranza con un’altra, così come l’enorme aumento di persone che hanno un diploma di scuola superiore o che frequentano l’Università non sembra aver incrementato molto il numero delle persone che veramente sanno qualcosa. In Francia, per esempio, si può fare un master universitario su dei temi e con delle conoscenze che trent’anni fa sarebbero stati insufficienti per ottenere il diploma di una scuola media tecnica. Non oso sperare che in Messico sia molto diverso. Così è facile che ogni anno il cinquanta per cento dei giovani consegue il diploma liceale – che grande vittoria della democratizzazione.

Non si possono chiamare i prodotti dell’industria del divertimento una “cultura di massa” o “cultura popolare”, come suggerisce per esempio il termine “musica pop”, e come affermano tutti coloro che accusano di “elitismo” ogni critica di ciò che in verità non è altro che la “formattazione” delle masse, per utilizzare una parola contemporanea assai eloquente. Il relativismo generalizzato e il rifiuto di ogni gerarchia culturale si sono spesso spacciati, soprattutto nell’epoca “postmoderna”, per forme di emancipazione e di critica sociale, per esempio in nome delle culture “subalterne”. A me sembra evidente che sono un riflesso culturale del dominio della merce. Come abbiamo già visto, la merce è una pura quantità di lavoro e dunque di denaro, sempre uguale, incapace di distinzioni qualitative. Davanti alla merce, tutto è uguale. Tutto è solo del materiale per il processo sempre uguale di valorizzazione del valore. Questa indifferenza della merce per ogni contenuto si ritrova in una produzione culturale che rifiuta ogni giudizio qualitativo e per cui tutto equivale a tutto. “L’industria culturale rende tutto uguale” sentenziò Adorno già nel 1944.

Qualcuno accuserà un’argomentazione come la mia di “autoritarismo” e affermerà che è “la gente” stessa che spontaneamente vuole, chiede, desidera i prodotti dell’industria culturale, anche in presenza di altre espressioni culturali, così come milioni di persone mangiano volentieri nei fast-food, pur potendo mangiare, per gli stessi soldi, in una taverna tradizionale. E’ facile controbattere ricordando che in presenza di un bombardamento mediatico massiccio e continuo in favore di certi stili di vita la “libera scelta” è alquanto condizionata. Ma c’è di più. Come abbiamo visto, l’accesso alla pienezza dell’essere umano richiede un aiuto da parte di chi già possiede, almeno in parte, questa pienezza. Lasciare libero corso allo sviluppo “spontaneo” non significa affatto creare le condizioni della libertà. La “mano invisibile” del mercato finisce nel monopolio assoluto o nella guerra di tutti contro tutti, non nell’armonia. 

Ugualmente, non aiutare qualcuno a sviluppare la sua capacità di differenziazione significa condannarlo a un infantilismo eterno. Vi do un esempio non tirato dalla psicoanalisi e a cui tengo molto. Esistono quattro gusti fondamentali, nel senso del sapore: dolce, salato, acido e amaro. Ora, il palato umano è in grado di percepire la decimillesima parte di una goccia di amaro in un bicchiere d’acqua, mentre per gli altri gusti ci vuole una goccia intera. Di conseguenza, nessun gusto è tanto capace di differenziazione e di una molteplicità quasi infinita di sensazioni gustative quanto l’amaro. Le culture del vino, del té e del formaggio, queste grandi fonti di piacere nell’esistenza umana, si basano su questi infiniti tipi e gradi di amaro. 

Ma il bambino piccolo rifiuta spontaneamente l’amaro e accetta solo il dolce e poi il salato. Dev’essere educato a apprezzare l’amaro, vincendo una resistenza iniziale. Svilupperà in cambio una capacità di godere che altrimenti gli rimarrebbe preclusa. Tuttavia, se nessuno glielo impone, non chiederà mai altro che il dolce e il salato, che conoscono ben poche sfumature, ma solo il più o meno forte. E così nasce il consumatore di fast food –che è basato solo sul dolce e sul salato - incapace di apprezzare gusti diversi. E quanto non si è appreso da piccoli non si apprenderà più da grandi; se il bambino cresciuto con hamburger e coca-cola diventa un neo-ricco e vuole ostentare cultura e raffinatezza, consumando vini italiani e formaggi francesi, non ci riuscirà a apprezzarli veramente.

Direi che si può applicare questo ragionamento sul “gusto” gastronomico senza molti cambiamenti anche al “gusto” estetico. Ci vuole un’educazione per apprezzare una musica di Bach o una musica tradizionale araba, mentre il semplice possesso del corpo basta per “apprezzare” gli stimoli somatici di una musica rock. E’ vero che la maggior parte delle popolazioni chiede ormai “spontaneamente” coca-cola e musica rock, fumetti e pornografia in rete: ma questo non dimostra che il capitalismo, che offre tutte queste meraviglie a profusione, è in sintonia con la “natura umana”, bensì che è riuscito a mantenere questa natura al suo stadio iniziale. In effetti, nemmeno mangiare con coltello e forchetta fa spontaneamente la sua apparizione nello sviluppo di un individuo.

Dunque, il successo delle industrie del divertimento e della cultura del “facile” – un successo incredibilmente mondiale che travalica tutte le barriere culturali – non è solo dovuto alla propaganda e alla manipolazione, ma anche al fatto che questi vengono incontro al desiderio “naturale” del bambino di non abbandonare la sua posizione narcisista. L’alleanza tra le nuove forme di dominazione, le esigenze della valorizzazione del capitale e le tecniche di marketing è tanto efficace perché si appoggia su una tendenza regressiva già presente nell’uomo. La virtualizzazione del mondo, di cui tanto si parla, è anche una stimolazione dei desideri infantili di onnipotenza. “Abbattere tutti i limiti” è l’incitazione maggiore che si riceve oggi, che si tratti della propria carriera professionale o della promessa di eterna salute e di eterna vita grazie alla medicina, delle esistenze infinite nei video-giochi o dell’idea che un’illimitata “crescita economica” sia la soluzione a tutti i mali. Il capitalismo è storicamente la prima società basata sull’assenza di limiti. E oggi si comincia a prendere la misura di che cosa ciò significa.

L’industria del divertimento è dunque assolutamente consustanziale alla società della merce. La vera arte invece, se essa si prende sul serio, se è fedele alla sua essenza, non dovrebbe dunque mai andare d’accordo con l’economia e il mercato. Il qualitativo e il quantitativo sono qui principi antitetici. Ma esiste questa “vera cultura”, e se esiste, dove la si potrà trovare? L’abbiamo definita fin qui soprattutto ex negativo, parlando di tutto ciò che non è. Manca qui il tempo per dilungarsi sulla grandezza e sull’ambiguità della cultura tradizionale. Era talvolta capace di scuotere l’osservatore, cioè il publico, capace di dire “no” non solo alla società, ma anche alla costituzione di ogni individuo, ingiungendogli, come dice una poesia del poeta tedesco Rainer Maria Rilke : “Tu devi cambiare la tua vita”, o proclamando, come il poeta francese Arthur Rimbaud: “Bisogna cambiare la vita”, o ancora come lo scrittore francese Lautréamont: “L’arte deve essere fatta da tutti, non solo da alcuni”. Certe opere del passato, mentre le guardiamo, sembrano guardarci e aspettare da noi una risposta. 

Tuttavia, non si può opporre in assoluto un’arte “alta “ o “grande” del passato, sempre volta al miglioramento dell’essere umano, all’industria culturale odierna. La complicità aperta o nascosta con i poteri dominanti e con i modi di vita dominanti ha sempre caratterizzato gran parte delle opere culturali. L’importante è che esisteva la possibilità di uno scarto, talvolta espressa attraverso la categoria estetica del “sublime”. L’opera, in quest’ottica, non deve essere “al servizio” del soggetto che la contempla. Non sono le opere che debbono piacere agli uomini, ma gli uomini che devono cercare di essere all’altezza delle opere. Non spetta allo spettatore, o “consumatore”, di scegliere la sua opera, ma all’opera di scegliere il suo pubblico e di determinare chi è degno di essa. Non spetta a noi giudicare Baudelaire o Malevitch; sono loro che ci giudicano e che giudicano della nostra facoltà di giudizio. Fino a un’epoca recente, si giudicava – in campo estetico - una persona sulle opere che sapeva apprezzare, e non le opere sul numero di persone che sapevano attirare. Chi era in grado di cogliere tutta la complessità e la ricchezza di un’opera particolarmente riuscita era dunque considerato come qualcuno che era andato molto avanti sulla strada della realizzazione umana, normalmente grazie a un lavoro duro su se stesso.

Che contrasto con la visione postmoderna per cui ogni spettatore è democraticamente libero di vedere in un’opera ciò che vuole, e dunque ciò che vi proietta lui stesso! Certo, in questo modo lo spettatore non sarà mai confrontato con niente di veramente nuovo e avrà la confortante certezza di poter sempre rimanere così com’è. E questo è esattamente il rifiuto narcisistico di entrare in un vero rapporto oggettuale con un mondo distinto da lui.

Questa attitudine a conferire dei choc esistenziali, a mettere in crisi l’individuo invece di confortarlo e confermarlo nel suo modo di esistenza è visibilmente del tutto assente nei prodotti dell’industria del divertimento, che mirano all’”esperienza” e all’”evento”. Chi vuole vendere, va incontro ai bisogni degli acquirenti e alla loro ricerca di una soddisfazione immediata, confermando l’opinione alta che hanno di se stessi piuttosto che frustrandoli con delle opere non immediatamente “leggibili”. Da quel punto di vista, non esiste più oggi quasi nessuna differenza tra un’arte “alta” o “colta” e un arte “di massa”. 

Le opere del passato vengono incorporate nella macchina culturale, per esempio tramite mostre spettacolari, restauri che devono rendere le opere godibili per ogni spettatore (per esempio, ravvivando eccessivamente i colori), o tramite versioni massacrate dei classici letterari o musicali per “avvicinarle“ al pubblico. Oppure mescolandoli a espressioni del presente che tolgono ogni specificità storica, come nel caso della famigerata piramide nel cortile del Louvre a Parigi. Il pungolo che le opere del passato potrebbero ancora possedere, foss’anche solo a causa della loro distanza temporale, viene neutralizzato tramite la loro spettacolarizazione e commercializzazione.

Niente di più fastidioso dei musei che diventano “pedagogici” e vogliono “avvicinare” la “gente comune” alla “cultura” con una pletora di spiegazioni sulle pareti e tramite auricolari che prescrivono a ciascuno esattamente che cosa deve provare di fronte alle opere, proiezioni video, giochi interattivi, museum shops, magliette... Si afferma di rendere in questo modo la cultura e la storia fruibili anche agli strati non-borghesi (come se i borghesi di oggi fossero colti). In verità, proprio questo approccio user-friendly mi pare il massimo dell’arroganza verso gli strati popolari, di cui suppone che siano per definizione insensibili alla cultura e che l’apprezzino solo se viene presentata nel modo più frivolo e infantile possibile. 

Sparisce così anche l’atmosfera piacevole dei musei un po’ polverosi di una volta, piacevole proprio perché sembrava di entrare in un mondo a parte, dove si poteva riposare dal turbine che ci circonda sempre – anche perché questi musei erano poco frequentati. Adesso, più un museo è “ben gestito” e attira il pubblico, più assomiglia a un incrocio tra una stazione metropolitana all’ora di punta e una sala informatica. A questo punto, perché ancora andarci? Tanto vale guardare le stesse opere su un CD, perché dell’”aura” dell’opera originale non è comunque rimasto niente. E’ stato un altro modo perverso di unire l’arte alla vita, di cancellare la loro differenza e di eliminare ogni idea che possa esistere qualcosa di diverso dalla piatta realtà che ci circonda. 

Il vecchio museo, con tutte le sue tare, poteva essere lo spazio appropriato all’apparizione di qualcosa di veramente inaudito per lo spettatore, proprio perché era tanto diverso da ciò che viviamo abitualmente. Oggi, le classe scolastiche che vengono trascinate attraverso le sale d’esposizione ricevono più che altro un’efficace vaccinazione preventiva contro ogni rischio di poter sentire un messaggio esistenziale dalla parte dell’arte o della storia, o almeno di andarle a scoprire per conto proprio...

La cultura cosiddetta “contemporanea”, cioè prodotta oggi, partecipa generalmente allo stesso modo regressivo. Gli artisti stessi hanno tradito il compito dell’arte. Lo si vede nell’eterna ripetizione del gesto di Marcel Duchamp nell’arte contemporanea da quarant’anni. L’urinatoio esposto nel 1917 come “fontana” era una provocazione venuta a proposito; in seguito è diventata una patente di nobiltà per esporre qualsiasi oggetto come opera d’arte, eliminando così ogni idea di un’opera eccellente o di un”sublime”. Quest’arte è altrettanto poco capace di scuotere lo spettatore quanto lo sono i prodotti dell’industria dell’intrattenimento. Mentre le avanguardie cosidette “classiche” della prima metà del XX secolo sapevano dire l’essenziale sulla loro epoca storica, l’arte di oggi riesce difficilmente a evitare l’impressione della sua insignificanza. 

Si può anche rifiutare l’idea di una “morte dell’arte” generale (io me ne sono occupato altrove), ma risulta comunque difficile trovare un’arte contemporanea all’altezza dei suoi predecessori. Essa partecipa alla derealizzazione generale, proprio come l’industria del divertimento, quindi è diventata una sottospecie del design e della pubblicità. Essa merita allora la sua commercializzazione. L’arte contemporanea si è buttata nelle braccia dell’industria culturale e chiede umilmente di essere ammessa alla sua tavola. Ciò è un risultato, tardivo e imprevisto, di quell’allargamento della sfera dell’”arte” e di quell’estetizzazione della vita che sono stati cominciati un secolo fa dagli artisti stessi, come appunto Duchamp. Sembra dunque che non esistano più molte opere capaci di contribuire alla nascita di soggetti critici. Esistono solo dei clienti. Allora fa davvero poca differenza come si gestiscono i musei. Si afferma che i musei devono adeguarsi alla necessità di “far pubblico”, pena la loro sparizione. Ma il risultato è lo stesso. Un’arte che serve soltanto a creare dei clienti soddisfatti non è comunque più un’arte degna di questo nome.

Bisognerebbe almeno ammettere una differenza qualitativa, di peso, tra i prodotti dell’industria dell’intrattenimento e una possibile “cultura vera” per poter evocare per quest’ultima un trattamento a parte. Bisogna ammettere dunque la possibilità di un giudizio qualitativo e non puramente relativo e soggettivo. C’è una grande differenza tra voler stabilire dei parametri di giudizio, pur sapendo che non discendono dal cielo, ma che debbono essere soggetti alla discussione e al cambiamento, da un lato, e negare, dall’altro, a priori la possibilità stessa di stabilire dei parametri, di modo che tutto è uguale a tutto. Se tutto si equivale, niente vale più la pena. Sono questa uguaglianza, e l’indifferenza che ne segue, a stendersi come un sudario sulla vita dominata dal mercato e dalla merce. 

Esse minano alla base la capacità degli umani di fare fronte alle minacce onnipresenti di barbarizzazione. Le sfide che ci aspettano nei prossimi tempi hanno bisogno di essere affrontate da persone nel pieno possesso delle loro facoltà umane, non da adulti rimasti bambini nel senso peggiore della parola. Sarà curioso vedere che posto terranno l’arte e le istituzioni culturali in questo passaggio epocale.

Ancora una volta ci stanno fregando, sappiatelo.

2015/10/24

Rassegnazione


C’è in giro una gran brutta bestia: la rassegnazione. 

Notizie inaudite che anni fa avrebbero suscitato scalpore oggi sono accolte con fatalismo e nella totale indifferenza. Vale per i migranti morti in mare come per gli scandali e i problemi irrisolti. La gente è stanca, smaliziata, distratta. Ascolta le notizie politiche e non capisce, non si sente coinvolta, cambia canale. E’ nell’indifferenza che nascono però le cose più turpi, con personaggi-macchietta che diventano “opinion leader” perché non li contrasta nessuno. 

Per esempio in Piemonte la sinistra uccise 15 anni fa l’idea di un ospedale unico, oggi sostiene l’esatto contrario ma nessuno sembra ricordarlo, ma è così che muore la politica, la democrazia, la cura per il bene pubblico e nessuno chiede i danni politici ma anche sociali e finanziari a chi impoverì e impoverisce di servizi il nostro territorio. 

 Altro esempio è la nuova riforma costituzionale che accentra e non delega, riporta poteri a Roma togliendoli alle regioni e di fatto cancella ogni spinta federalista e di decentramento che in qualche modo animava le altre riforme costituzionali che si sono poi più o meno esaurite nei decenni passati, ma anche di questo non ne ha parlato quasi nessuno. 

Solo sulla sanità il governo ha tagliato in un anno 4 miliardi di trasferimenti (frettolosamente giudicati “tagli di sprechi”) che stanno facendo saltare i bilanci regionali: Chiamparino si è dimesso dalla conferenza stato-regioni, pochi se ne sono accorti, nessuno ne ha parlato. Giusto o sbagliato che sia (secondo me è profondamente sbagliato) questo nuovo romano-centrismo se da una parte sottolinea gli sprechi delle varie amministrazioni regionali e spesso l’incapacità di gestire i problemi del territorio, dall’altra sbarra la strada ad una riforma profonda della nostra società che dovrebbe stare alla base di un “federalismo della responsabilità” indispensabile per rilanciare almeno quelle zone d’Italia che possono meglio affrontare la crisi e tentare di tornare a crescere il più presto possibile. 


Il popolo italiano assomiglia sempre di più a una rana bollita. 

Ci stanno fregando, sappiatelo.

2015/10/17

IL “CAPOLAVORO”



“Abbiamo fatto un capolavoro” commentano Matteo Renzi e la sua amica il ministro Boschi facendo approvare la nuova riforma del senato. Se tutti concordano che non poteva continuare un sistema parlamentare di “bicameralismo perfetto” il “nuovo Senato” secondo me è però una vera presa in giro. Verranno ora infatti nominati (non eletti!) 95 senatori che siano contemporaneamente già sindaci o consiglieri regionali con compiti molto limitati e un costo complessivo – è già stato stimato – pari a oltre l’80% del bilancio del senato attuale. 

Ma non sarebbe stato molto più semplice e giusto fare eleggere direttamente dai cittadini questi senatori con compiti chiari, specifici e definiti, in numero proporzionale agli abitanti di ogni singola regione? Con questo ulteriore sistema di “democrazia indiretta” invece - guarda caso - 55 dei 95 futuri senatori (gli altri 5 li nomina il Presidente della Repubblica) sarebbero a oggi del PD che con meno del 30% dei voti (pari a poco più del 15% dei cittadini “veri”) ha già anche una maggioranza assoluta nell’altra e unica Camera (anche questa non elettiva e dichiarata incostituzionale!) grazie al premio di maggioranza. 
Conseguentemente la stessa persona è oggi capo del governo, leader del PD, arbitro per eleggere - come è già stato - il presidente della Repubblica, i giudici del CSM, i vertici Rai ecc.ecc. Da domani controllerà completamente anche le maggioranze parlamentari. Questa sarebbe democrazia? Italiani, non fatevi rimbambire dal viso angelico della Boschi, dalle quotidiane interviste no-stop di Renzi, da una stampa e una TV in buona parte prone al gigione di Firenze. 

Ci stanno fregando, ricordatevelo.

DAJE



Le dimissioni di Ignazio Marino a Roma hanno scatenato molti commenti, interessante quello sul fallimento politico da una parte del sistema dei partiti, ma dall’altra anche di quei sindaci come Marino cresciuti e presentati “contro” le strutture partitiche, ricordando che proprio Marino uscì dalle primarie del PD romano come scelta “popolare” o - con il senno di poi – di sola immagine. 

Ma se non vanno bene né i partiti né gli esterni, dov’è allora il futuro della politica italiana? Credo che la risposta sia chiara: non funzionano “questi” partiti senza ideologie e senza “anima”, scheletri vuoti incapaci di dare speranze, ma troppe volte i tecnici che vengono proposti a cariche pubbliche non hanno alle spalle una sufficiente caratura e esperienza “politica” per affrontare le situazioni. Le realtà sono sempre più serie e difficili delle fantasie e soprattutto degli slogan che possono piacere alla “pancia” dei cittadini in campagna elettorale, ma che alla lunga non reggono il peso dei problemi quotidiani.

Il Comune è per esempio una istituzione dove il cittadino si sente coinvolto in prima persona, ma un sindaco che pur voglia migliorare la propria città non può reggere se gli gioca “contro” la struttura comunale (anche se spesso il sindaco avrebbe tutte le ragioni) perché quella stessa struttura lo distruggerà. Il vero potere nei comuni è infatti nell’apparato, nella burocrazia, nei dipendenti (e soprattutto nei dirigenti) che non cambiano quando cambia il sindaco, ma anzi lo condizionano per tutto: i malvezzi e i privilegi indebiti dei dipendenti comunali romani ne sono tragica conferma, perché Marino passa, ma quei privilegiati restano. Alla stesso modo un sindaco cadrà se vorrà andare qualche volta “contro” i partiti che lo sostengono in consiglio comunale e che possono farlo cadere – sfiduciandolo - in ogni momento.

La struttura legislativa del nostro paese infatti è diventata folle e un qualsiasi sindaco di buona volontà e assoluta onestà (l’ho provato sulla mia pelle) si ritrova presto a dover scegliere. Se usa tutti i bilancini delle forme e delle procedure alla fine non combinerà nulla e davanti ai suoi cittadini farà la figura del nullafacente e dello stupido solo perché passerà sempre troppo tempo dall’atto della decisione a quello della realizzazione. Se – invece – il sindaco sarà “decisionista” e romperà le scatole state tranquilli che qualcuno presto lo inforcherà davanti a un Magistrato che riuscirà a bloccare tutto perché - per chi sta a tavolino, vede le carte mesi dopo, non rischia nulla e non vive le quotidiane emergenze di una città - la “forma” è tutto. Non parliamo poi se quel sindaco manderà a quel paese la propria parte politica che magari gli chiede favori più o meno leciti: sarà dipinto come politicamente traditore e pericolo pubblico. 

Credo che la politica oggi si trovi davanti a un bivio: c’è chi la fa per rubare o rubacchiare e mira a un incarico per i suoi possibili vantaggi (e temo allora lo farà sempre, aggirando la legge) ma purtroppo la politica è diventata oggi impossibile da gestire per qualsiasi persona che voglia operare concretamente, velocemente e correttamente. I cittadini credono di eleggere un “loro” sindaco, ma in realtà con le normative attuali spesso eleggono un ostaggio: quanti se ne rendono conto?

Tornando al punto di partenza non si può allora pensare di far eleggere un “tecnico”, un “grande nome” o una più o meno nota e brava persona (Ignazio Marino era un chirurgo) catapultandolo in una situazione dove sono indispensabili anche conoscenze tecnico-politiche e esperienze amministrative. Proprio qui salta fuori tutta la pochezza del sistema politico italiano dove non ci sono più “scuole” di partito e non solo dal punto di vista ideologico, ma anche per la preparazione progressiva all’incarico, facendo un passo alla volta. Per essere buoni sindaci bisogna saper dirigere strutture complesse o macinare anni in consiglio comunale, così come è assurdo eleggere deputati o deputate solo per il loro nome o il bell’aspetto, ma che non sanno nulla di gestione pubblica. 

Ma se fino qui avete condiviso il mio ragionamento vi rendete conto come sia assurdo il nuovo sistema elettorale – l’ “Italicum” - che Renzi ha appena imposto, dove non si eleggono ma si “nomineranno” persone (chi sarà messo a capolista nel collegio di fatto sarà automaticamente eletto). Non importa se saranno intelligenti o cretine, oneste o disoneste, con esperienza o meno: conterà soltanto l’essere un giocattolo nelle mani dei leader. Ma se il sistema non funziona e viene perpetuato con leggi elettorali scritte apposta perché continui a non funzionare, come potrà mai migliorare la gestione del nostro povero paese?

2015/10/11

Ipocrisia



La London University ha deciso: non avrà più alcun legame accademico con i colleghi israeliani per protestare contro l’occupazione dei territori palestinesi. Anche il comune di Reykjavik – capitale dell’Islanda – boicotterà Israele e i suoi prodotti agricoli e industriali per lo stesso motivo. 

Siamo veramente alla follia: si potrà criticare tutto di Israele tranne che sia l’unica democrazia vera del Medio Oriente eppure questi saccenti soloni “democratici” non sollevano il problema degli assassini del Califfato e dell’ISIS, le norme barbare della Jihad islamica, gli attentati di Al Quaeda, le distruzioni di Palmira o in Iraq, le decapitazioni in Arabia Saudita e le impiccagioni in serie in Iran, le condizioni della donna dal Pakistan alla Nigeria, oppure i vari regimi stile Corea del Nord in giro per il mondo…no, i “cattivi” di questo mondo sembrano solo gli israeliani. 

Chissà se in Islanda sanno che il loro boicottaggio includerà quindi anche i parlamentari arabi liberamente eletti alla Knesset, o le imprese ebraiche o palestinesi che operano in Israele con le loro decine di migliaia di lavoratori che proprio solo lavorando in Israele trovano il modo di sfamare le proprie famiglie. Immaginate invece, al contrario, i commenti se a boicottare Israele fosse stata una università o una città tedesca… ci rendiamo conto dell’incredibile cumulo di ipocrisie e di tabù che ci accompagnano ogni giorno?


2015/10/10

La truffa delle Poste Italiane



Ha ragione Corrado Passera, che in anni non lontani è stato capace di trasformare Poste Italiane in una struttura agile ed efficiente rispetto al lento e tardo carrozzone inefficiente di prima: LA PRIVATIZZAZIONE DI POSTE ITALIANE E’ UNA TRUFFA AI DANNI DEI CITTADINI. 

Le poste sono un servizio pubblico da gestire bene e far rendere, non da svendere ai privati (stranieri, per di più!) per i loro interessi secondo una logica di mero profitto. 

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: chiudono gli uffici periferici e montani, peggiora il servizio con le lettere che saranno recapitate non più in 24 ore ma in 4 giorni, mentre dal 1 ottobre (ma non lo ha detto nessuno) l’affrancatura di una lettera è aumentata di un altro 20% passando a 95 centesimi (erano 70 centesimi un anno fa: + 36% !). 

Altro che asfissiante pubblicità sul “cambiamento siamo noi”: gli italiani (tutti) perdono un patrimonio ed è assurdo che nessuno lo dica, ne parli, si preoccupi. Sta succedendo lo stesso malaffare come con la CASSA DEPOSITI E PRESTITI, l‘altro grande “salvadanaio” italiano a cui Renzi ha cambiato i vertici per motivi incomprensibili, salvo che far fare gli affari a pochi furbetti. 

In Poste Italiane è la grande cassa del risparmio postale che fa gola a tutti ma questi temi non appassionano, non hanno spazio sulla grande informazione. Certo che se Berlusconi avesse fatto queste cose chissà che clamori, ma questo è un governo di “sinistra”, con l’iperipocrita maghetto di Firenze che fa e disfa quello che vuole…

Come uccidere il coniuge (preferibilmente la moglie) e vivere felici.


Una premessa. Qui non ci occupiamo di fai-da-te, insomma di una specie di do it by yourself o di bricolage per uxoricidi (ne sarei incapace, non avendo mai ucciso nessuno). Insomma non tratterò dei modi, ma di un modo, di una variante, ovviamente letteraria, con inevitabili sconfinamenti nel cinema. Aggiungo che proprio quanto ai modi, qualche anno fa (1974) un umorista italiano abbastanza bravo, precocemente morto (non per colpa della moglie, aggiungo), Antonio Amurri, in un libretto quasi aureo e fortunato dal titolo esplicito (Come ammazzare la moglie, e perché), ne elencò spiritosamente ben 31: 31 uxoricidi scrupolosamente elencati e descritti, con altrettante buone ragioni per commetterli – qualche anno dopo, lo stesso Amurri fece seguire un altro spiritoso libello, Come ammazzare il marito, senza tanti perché, che rimetteva le cose a posto e la partita in pari.

Partiamo allora da un giallo, un giallo televisivo, all’epoca celeberrimo e anche adesso : un vero cult, come suol dirsi, e diretto e ideato da una specie (a mio parere) di genio cinematografico, David Lynch (con la collaborazione di Mark Frost). Il serial, che cambiò nettamente le modalità e anche la storia dei serial televisivi, era intitolato (lo ricorderete) Twin Peaks. La puntata pilota, diretta dallo stesso Lynch in prima persona, andò in onda negli Stati Uniti l’8 aprile 1990 (in Italia l’anno dopo), e in seguito la serie conobbe due stagioni e 30 episodi sulla rete ABC : come accade per molte opere di genio, soprattutto se inquietanti – ma esistono opere di genio non inquietanti ? – ebbe, in patria, sicuramente successo ma non così grande come si sperava, e per questo fu chiusa l’anno dopo (se ne realizzò un film-prequel nel 1992, Fire walk with me, dopodiché circolarono solo cofanetti in Dvd).

Tutti ricorderanno che la storia, che all’inizio sembrava semplice e che poi sempre più si complicava, prendeva avvìo dalla scoperta, nella cittadina di Twin Peaks, di un cadavere. Di una ragazza, per la precisione, dal nome, che divenne celebre, di Laura Palmer. Che fu trovata una fredda mattina di febbraio sulle sponde di un fiume, nuda e avvolta in una specie di sudario di plastica. La scena era, come sempre in Lynch, inquietante e memorabile, e la giovane attrice, Sheryl Lee, fu subito uno dei volti più celebri degli schermi di tutto il mondo – fino quasi a vedersi rovinare la carriera, per questo legame totale col suo personaggio (ovviamente, l’attrice aveva un ruolo fondamentale).

Laura Palmer non era sposata, anche se avrebbe potuto esserlo (si scopriva ben presto che aveva, a dir poco, una doppia vita). Quindi il suo omicidio non era un uxoricidio. Ma la scena, e il primo piano dell’annegata, rimangono nella nostra memoria in modo quasi indelebile: come, e il paragone non faccia indignare nessuno, il quadro del preraffaellita Sir John Everett Millais (1829-1896) ora alla Tate Gallery di Londra, e a cui Lynch si era (almeno secondo me) forse figurativamente ispirato. Qualche nota di cronaca sarà forse necessaria: il quadro Ophelia, su tela, venne realizzato sul fiume Ewell nel Surrey, che fornì lo sfondo, durante l’inverno del 1851-52;
Elizabeth Siddal, la modella, posò per Ophelia giacendo completamente vestita in una vasca da bagno, riscaldata con un fornelletto da Millais. Cosa ci tocca nel quadro ? e quindi anche nella non meno celebre immagine di David Lynch ? Come minimo il fatto che la ragazza, sia nell’uno che nell’altro caso, è morta ma sembra dormiente, come se la vedessimo attraverso un filtro (Lynch per questo la “incartò”, diciamo così, in una tela sottile di plastica per rendere meglio l’idea, plastica che le avvolge il viso come se fosse una ghirlanda). Si rimane turbati.

Formuliamo allora una ipotesi di lavoro: di tutti i possibili modi narrativi o filmici di uccidere (e la letteratura gialla ne contempla parecchi), l’annegamento è probabilmente quello che più ci turba. Viene da chiedersi il perché.

C’è innanzitutto un problema per così dire pratico. Uccidere qualcuno (anche la moglie) annegandolo o annegandola non è affatto semplice – lo dico per chi eventualmente ne avesse intenzione. Anche se al cinema ci hanno abituato a farlo credere tutto sommato praticabile, è bene che si sappia che per morire annegati ci vuole un sacco di tempo, per essere precisi (e cito dati medici) dai tre ai cinque minuti in acqua dolce e addirittura 6-7 in acqua di mare. Per averne un’idea, anche se un po’ abbreviata ma vivida, si ricordi Poseidon, remake del 2006 del classico catastrofico La tragedia del Poseidon di Ronald Neame (The Poseidon Adventure) del 1972: nel remake, molto più realistico, Kurt Russel muore annegato per salvare la figlia, ed è un annegamento che dà veramente un senso di turbamento. Qui si può ricordare, veramente en passant, che il regista tedesco Wolfgang Petersen con l’acqua e l’annegamento deve avere una specie di fissazione: suoi U-Boot 96 (Das Boot) del 1981 e La tempesta perfetta (The perfect Storm) del 2000 – in quest’ultimo muoiono tutti in mare, George Clooney compreso.

Insomma, la cosa è tutt’altro che sbrigativa, molto più rapido un coltello o il veleno, anche se a leggere Madame Bovary si sarebbe tentati di scartare questa ipotesi, e poi c’è sempre il rischio che voi sbagliate le dosi e che la defunta “risorga”, per così dire, come nel noir ante-litteram Il bacio di una morta di Carolina Invernizio, 1889. E soprattutto appare consigliabile un bel colpo di pistola e/o fucile. Un attimo, se uno ha una buona mira, e via. O magari, ma lì ci vuole una bella forza e una volontà ferina, lo strangolamento che è molto teatrale – basti pensare all’Otello di Shakespeare – ma difficile. Ci vuole un professionista, o un forzuto da fiera. Oppure uno scatenato quasi pazzo, come in Demetrio Pianelli di De Marchi il marito geloso e fuori di testa che soffoca Palmira con un cuscino e tempestandola di cazzotti. Meglio lasciar perdere.

Ma non può essere questa la sola ragione della difficoltà, o almeno della scarsa disposizione, anche per uno scrittore, a ricorrere a questo sistema per far fuori un marito o una moglie, magari fedifraga (o fedifrago, o troppo stupido per sopravvivere). E, di conseguenza, quando ciò accade ci deve essere una ragione, reale o drammaturgica, molto forte.

Approssimiamoci per gradi. Abbiamo citato il caso di Laura Palmer e di Ophelia, due giovani donne, molto belle, annegate (la prima uccisa, la seconda per un suicidio, sia pure poco volontario ma freudianamente anche per questo rimarchevole). Parliamoci chiaro, anche se la nostra esperienza (almeno la mia, ma presumo e mi auguro anche la vostra) è tutta letteraria e cinematografica. A meno che voi non spariate un colpo in testa a vostra moglie o marito con un fucile a pallettoni, cosa difficile, una coltellata o una pallottola nella pancia lasciano il corpo più o meno com’era. Morto, ovviamente, ma composto – ci sarebbe la variante del taglio della gola da orecchio a orecchio, ma è da killer professionisti o da arditi pronti a tutto in guerra, insomma poco praticata e praticabile. Un corpo immerso nell’acqua, invece, sembra dormire se è scoperto subito, ma se lo ritrovate appena un paio di giorni dopo (e uno che uccide il coniuge è questo che spera, mentre taglia la corda), è una visione orrenda.

Così, per esempio, appare a Philip Marlowe il cadavere di una donna scomparsa e che riaffiora da un lago, in uno dei romanzi più belli di Raymond Chandler, La signora nel lago (The Lady in the Lake, 1943):

Per un poco, il lago non fece che ribollire, confusamente e torbidamente, poi onde concentriche s’allargarono in cerchi sempre meno consistenti, c’era una lieve traccia di schiuma in mezzo. […] L’acqua tornò limpida. Ma qualcosa si muoveva ancora nel fondo, qualcosa che non era una semplice tavola. Affiorò alla superficie con infinita lentezza, con infinito, stremato languore, con infinita noncuranza, si trattava di una lunga forma oscura e sinuosa che rotolava pigramente nell’acqua mentre saliva. Galleggiò con precauzione, dolcemente, senza fretta.Intravidi della lana nera e fradicia, un giubbotto di pelle più nero dell’inchiostro, un paio di pantaloni. E intravidi anche un paio di scarpe e un orribile gonfiore tra scarpe e risvolti dei pantaloni. E continuai a intravedere un’onda di capelli biondo scuro che si sparpagliavano nell’acqua e restavano immobili per un poco come per ottenere un effetto calcolato e poi si raggrovigliavano in un vortice.La cosa rotolò ancora una volta su se stessa e un braccio si sollevò a un pelo dall’acqua e quel braccio terminava in una mano enfiata che era la mano di un fantasma. E alla fine si rivelò la faccia. Una massa informe, grigiastra, in cui non avevano resistito i lineamenti, senz’occhi e senza bocca. Una palla di pasta grigia, un incubo, con dei capelli umani.Una pesante collana di pietre verdi luccicava intorno a quanto era stato il collo e in parte vi affondava. Erano pietre larghe, spigolose, unite l’una all’altra da barbagli.Nill Chess si aggrappò con tutte le sue forze alla balaustra, le sue nocche eran diventate bianche come ossa spolpate.Muriel ! – balbettava con voce rauca – Cristo, è Muriel!

Il caso in questione appare interessante anche per il nostro tema. La donna nel lago, che si ritiene sia stata uccisa dal marito, si rivelerà alla fine (mi scuso se rivelo l’assassino) in realtà un’altra signora, uccisa dalla moglie del presunto uxoricida che si è per così dire sostituita a lei, data per morta, questa è in realtà solo sparita dalla circolazione. Quindi siamo in una variante del topos, e del plot, un uxoricidio che in realtà non è tale, e in cui l’annegamento e la permanenza nell’acqua servono proprio a nascondere la vera identità. Insomma l’acqua, sia dolce che salata, alla lunga copre, nasconde, trasforma. Le acque rendono torbide le storie, in definitiva. Il gorgo riesce, qualche volta, a trascinare anche il lettore, e il detective, giù nell’abisso della conoscenza.

Eccoci probabilmente al punto. L’annegamento, oltre ad essere una soluzione come abbiamo visto difficile da praticare, è anche qualcosa di più di una semplice coltellata o di un colpo secco con una calibro 45. È una specie di metafora della conoscenza, o forse della non-conoscenza. Hans Blumenberg l’ha detto in un libro memorabile, L’ansia si specchia sul fondo (Die Sorge geht über den Fluss), edito nel 1987 in Germania e tradotto due anni dopo in Italia, libro che è dedicato veramente al comportamento dell’uomo in mare e alle sue valenze metaforiche, ma che ci può servire anche per i nostri scopi. In altre parole, e semplificando, possiamo adottare quello che Blumenberg dice (parlando di naufragi) a proposito dell’espressione “andare al fondo delle cose”, che metaforicamente significa giungere al massimo della conoscenza. Se questo è vero, se cioè il fondo è un luogo fermo di chi non si accontenta della superficie delle cose, possiamo chiederci da parte nostra cosa sia, però, il tornare a galla da quel fondo. Come abbiamo visto e letto, è quasi il contrario della conoscenza, il dubbio, il caos, la trasformazione, a tal punto che la donna riemersa può essere facilmente scambiata per un’altra, e solo l’acribia di Marlowe (che invece sta con i piedi ben piantati in terra) riesce a riportare le cose nella loro giusta forma di conoscenza.

L’uxoricidio, quindi (e intendo con questo termine anche l’assassinio del marito, che in italiano guarda caso non ha un nome), se perpetrato mediante annegamento si porta dietro un gorgo di incertezze, di conoscenze apparenti, di dubbi. I cadaveri, è noto, ritornano prima o poi alla superficie. Ecco perché questo espediente è usato poco nella narrativa gialla (salvo i casi che abbiamo detto e che diremo) e di più nella narrativa tout-court.

Siccome a tutto c’è un inizio, anche questo elemento di fondo (è il caso di dirlo) ha un suo starting point, per così dire. E un anno di nascita, almeno nella narrativa.

Siamo nel 1867, e a Parigi esce un romanzo di un giovane di soli 27 anni. Il giovane scrittore, parigino, si chiama Émile Zola. Il romanzo, che un famoso critico dell’epoca, Luis Ulbach, definì «putrido» (e mai aggettivo fu più azzeccato, a dire il vero, anche se voleva essere una stroncatura solenne anche sul piano morale), metteva in scena – e in seguito in senso proprio, visto che ne venne tratto un dramma celeberrimo – una miserevole storia di tradimenti, e di vita meschina. Del resto, intenzione di Zola era quella di indagare i «temperamenti», come diceva quindi, una volontà di realismo fino ad allora sostanzialmente inedita.

Nel romanzo, che si ambienta a Parigi (ma in una Parigi sordida e plumbea), un giorno tre persone escono per una gita sulla Senna. Sono Thérèse, il marito Camille (un uomo senza qualità, un disgraziato ma prepotente), e Laurent, amante di Thérèse. Sono personaggi opachi, quasi neutri, e la stessa città e la periferia dove vivono sono così. Giunti in mezzo al fiume, ecco il culmine della tragedia :

Laurent strinse più forte, diede uno scrollone. Camille si voltò e vide la faccia terrificante dell’amico, i tratti sconvolti. Non capì; un terrore indicibile lo invase. Fece per gridare e sentì una mano brutale stringerlo alla gola. Con l’istinto di un animale che si difende si drizzò sulle ginocchia aggrappandosi alla sponda della barca. Lottò così per qualche secondo.«Thérèse ! Thérèse !», invocò con voce soffocata e sibilante.La giovane donna guardava, tenendosi stretta con entrambe le mani al sedile dell’imbarcazione che scricchiolava e traballava sulla superficie dell’acqua. Non poteva chiudere gli occhi, un crampo atroce glieli teneva spalancati, fissi sull’orribile scena della lotta. Era rigida, muta.«Thérèse ! Thérèse !» tornò a invocare il disgraziato che rantolava.A quest’ultima invocazione Thérèse ruppe in un pianto dirotto. I nervi avevano ceduto. La crisi temuta la stroncò lasciandola fremente in fondo alla barca. Lì rimase riversa, priva di sensi.Laurent continuava a dare scrolloni a Camille stringendolo con una mano alla gola. Lo strappò infine dalla barca aiutandosi con l’altra mano. Lo teneva sospeso in aria, come un bambino, con le braccia vigorose. E poiché così inclinava la testa scoprendo il collo, la sua vittima, folle di rabbia e di paura, si torse in uno sforzo, tese la bocca addentandogli profondamente il collo. E quando l’assassino, ingoiando un grido di dolore, bruscamente lanciò Camille nel fiume, i denti di quest’ultimo gli portarono via un brandello di carne.Camille cadde in acqua lanciando un urlo. Riaffiorò due o tre volte, con grida sempre più rauche.Laurent non perse un secondo. Rialzò il bavero del soprabito per nascondere la ferita. Poi prese in braccio Thérèse svenuta, rovesciò la barca con una pedata e si lasciò cadere nella Senna tenendosi stretta l’amante. La sostenne sull’acqua invocando aiuto con voce lamentosa. Notevole, ed effettivamente terrificante. Si sa come le cose proseguono, in un crescendo di autodistruzione dei due amanti, non sospettati dell’omicidio da nessuno se non dalla silenziosa ma terribile madre di Camille, fino al finale "redde rationem". A dimostrare che gli annegati, prima o poi, riaffiorano, come nel disegno shoccante che orna una delle ristampe francesi, nell’Ottocento, del romanzo. Il fondo, insomma, nei laghi o nei fiumi, restituisce i suoi indesiderati figli, e i colpevoli in un modo o nell’altro scontano il loro debito.

Dunque, degli annegati non si può essere mai sicuri. Lo sperimenta Michael Douglas (facciamo una breve parentesi cinematografica) quando in Fatal Attraction (1987) la moglie tradita, che difende la propria casa e il suo matrimonio nonostante tutto, cerca di uccidere nello scontro finale la rivale impazzita, Glenn Close, affogandola nella vasca da bagno, e lei riemerge – è una citazione da Les Diaboliques, come vedremo – dopo essere stata creduta morta con un effetto indubbiamente shocking. In questo caso ad uccidere (con la pistola, più sicuro) non è il marito, ma la moglie tradita : interessante variante del tema – ma quello che rimane importante per il nostro discorso è l’assoluto e imprevisto riemergere della donna creduta annegata.

L’annegamento del coniuge, o del suo sostituto (l’amante) è un elemento non frequentissimo ma nemmeno raro nella narrativa. O magari si uccidono così personaggi scomodi, seppur non legati da parentele ingombranti, come nel magnifico La morte corre sul fiume (The Night of the Hunter – rimaniamo al cinema), unico film di Charles Laughton come regista, del 1955, con Robert Mitchum, in cui è veramente difficile scordare la scena di Shelley Winters che riemerge dal fiume dove è stata precipitata con la sua auto, con i capelli ondeggianti che sembrano alghe. Quella dell’auto che finisce nel fiume, o in un lago, imprigionando i passeggeri è un altro topos, in parte utilizzato anche da Luchino Visconti in Ossessione del 1943, come è noto tratto da Il postino suona sempre due volte (The Postman always Rings Twice) di James Cain, del 1934, dove a morire è il marito, ucciso da due amanti diabolici.

Già, gli amanti diabolici. È inevitabile a questo punto la citazione da Henri-George Clouzot, Les Diaboliques (I diabolici in italiano) del 1955, memorabile film – con Simone Signoret – tratto dal romanzo Celle qui n’était plus di Pierre Boileau e Thomas Narcejac (che era autore anche di un notevole studio uscito prima della guerra su L’esthétique du roman policier). In un bianco e nero eccezionale, quasi senza musica, si svolge la lenta e drammatica storia di Christine Delassalle, tiranneggiata dal crudele e fedifrago marito Michel, che l’ha sposata per interesse. Ricorderete l’ambientazione : un lugubre collegio alla periferia di Parigi, una sorta di prigione senza scampo per la donna, malata di cuore. E qui l’amica Nicole, amante del marito, la convince che l’unico modo per liberarsi, entrambe, della violenza dell’uomo è di ucciderlo. Nicole ha in mente il piano perfetto: durante la chiusura del collegio per un weekend lungo, le due donne andranno nella città natale di Nicole, a quasi dieci ore di auto da Parigi, e attrarranno lì Michel, per annegarlo nella vasca da bagno e riportarne poi il cadavere al collegio per farlo ritrovare nella piscina. Il piano viene messo in opera, ma al ritorno al collegio strani fatti cominciano ad accadere: la scomparsa del cadavere e una serie di misteriose apparizioni fanno precipitare Christine, rosa dal senso di colpa, in un vortice di terrore, fino alla sua conclusione inaspettata.

Qui il topos ha una notevole variante: a commettere l’omicidio (veramente, il finto omicidio) per annegamento del marito non è solo la moglie, ma anche l’amante, entrambe unite per eliminare l’uomo, brutale e degno di una simile fine. E interviene anche un’altra variante, la piscina, una sorta di domestico lago o fiume, che però ha comunque la sorte qui non di restituire il cadavere, ma di nasconderlo, occultarlo. Fino alla soluzione finale, anch’essa in linea con la tradizione di chi si macchia o crede di essersi macchiata di un uxoricidio per annegamento: gli incubi, il terrore.

Sembra insomma che chi uccide il marito o la moglie per annegamento non debba mai vivere felice, contrariamente al nostro assunto e al nostro titolo. Che potrebbe così cambiare : Come eliminare ecc. ecc. e vivere felici (quasi mai). La piscina entra solo di recente nella casistica “gialla”, o nella sua riscrittura. A partire da Sunset Boulevard (1950) di Billy Wilder, che si apre – lo ricorderete senz’altro – con il cadavere di William Holden che galleggia nella piscina di Gloria Swanson e che incredibilmente racconta in prima persona la sua triste storia (anche se lì, veramente, è Gloria che ha sparato a William, il cui corpo è caduto appunto in piscina).

E anche qui c’è una variante, con la quale per un attimo ci avviciniamo all’assunto del nostro titolo, che sembrava illusorio. Questa volta è una “riscrittura” gialla, in linea con l’argomento del convegno, ed è italiana come più non si potrebbe. Si tratta di un romanzo di Piero Chiara, scrittore a mio parere misconosciuto dalla critica (ma un best seller in Italia), edito nel 1970 come rielaborazione di una sceneggiatura di un film televisivo dello stesso anno, in cinque puntate : I giovedì della signora Giulia. È un testo notevole anche per sobrietà narrativa, che gioverà riassumere per grandi linee perché probabilmente poco noto all’estero.

In un paese sul lago Maggiore (luogo deputato per quasi tutti i romanzi di Chiara) scompare la signora Giulia, donna bellissima e triste, moglie di un avvocato troppo più grande di lei che la trascura per il suo lavoro. Il commissario Sciancalepre, un meridionale trapiantato al nord, uomo serio e concreto, una sorta di Ciccio Ingravallo di provincia lombarda, scopre ben presto che la signora aveva uno strano comportamento: il giovedì spariva dalla sua villa. Dove andava? È facile capire che si incontrava a Milano con un amante, molto più giovane, che però, rintracciato, nega di aver visto di recente la signora, dopo una minacciosa lettera del marito che aveva scoperto tutto. Le ricerche si interrompono. Ma dopo tre anni, ecco che la figlia e il marito, ora abitanti nella stessa villa, hanno l’impressione che un misterioso visitatore si aggiri di notte nel giardino. Il commissario, richiamato, e l’ingegnere, marito della figlia della signora Giulia, tendono un agguato, ma il misterioso visitatore riesce a fuggire. Poco tempo dopo, mentre si eseguono lavori in giardino, ecco che da una cisterna sotterranea esce qualcosa :

Illuminata da una torcia, si vedeva una forma scura, quasi flottante sopra un velo d’acqua nera.Dopo un’ora di lavoro e con l’aiuto dei due muratori, il corpo fu estratto e disteso per terra. Si dovette usare un telo perché le membra si staccavano.[…]Quel viso un tempo così pallido, era diventato colore del miele e quasi trasparente. I capelli, intatti, si spargevano sul terreno e un raggio di sole penetrato tra gli alberi li accendeva di un riflesso caldo, quasi li confondeva con le foglie secche e accartocciate sparse sul prato.I vestiti si erano scoloriti e quasi fusi col corpo, come quelli delle statue. La figura aggraziata e fiorente della signora Giulia non era più riconoscibile in quella forma. Distesa sul terreno sembrava uno scheletro rivestito. D’intorno le si formava lentamente una pozza di liquame che il selciato non riusciva ad assorbire. Solo i capelli ne restavano immuni, così sciolti come nessuno dei presenti, tranne l’avvocato, li aveva mai visti. Sembrava il capo di una ragazza, e nonostante le occhiaie vuote, ricordava moltissimo negli zigomi e nella fronte il volto dell’Emilia.

I morti annegati, l’abbiamo già detto molte volte, riemergono dal sottosuolo (qui, un doppio sottosuolo, perché la cisterna è interrata). Sono orrendamente sfigurati, ma conservano intatti i capelli : che, visto il valore simbolico delle chiome, sono un “segno” indelebile, un marchio, e spesso anche una condanna. C’erano, e anche quella volta biondi, anche – si ricorderà – nella descrizione dell’annegata in Chandler, citata quasi ad apertura.

Qui, in Chiara, il mistero non viene risolto, come del resto anche (sembra) in Gadda. Il marito e il giardiniere, sospettato dell’omicidio per rubare i gioielli della signora, si accusano a vicenda e alla fine se ne andranno, liberi. Questa volta, il corpo tornato alla superficie non ha svelato i suoi misteri. Il gorgo è rimasto nero, impenetrabile.

Piero Chiara, che ambienta le sue storie sul lago Maggiore, è affezionato agli uxoricidi per annegamento – ce n’è uno anche nel notevole La stanza del vescovo, del 1976 (da cui fu tratto l’anno dopo un bel film di Dino Risi con Ugo Tognazzi, Ornella Muti e Patrick Dewaere), e qui però l’uxoricida, che ha annegato la moglie Cleofe in una darsena, alla fine scoperto si impicca. Per non parlare, a proposito di laghi ma non di mogli legittime, di Antonio Fogazzaro e di Malombra (1881), altra signora scomparsa nel lago, nonché di Piccolo mondo antico (1895) dove invece ad annegare nel lago, ma di Lugano, è una bambina, Ombretta. E anche qui, in Fogazzaro, il lago è una specie di ossessione.

Ma torniamo a Thérèse Raquin, che a modo suo diviene un classico dell’uxoricidio mediante annegamento su lago o fiume (questa volta però non della moglie : ho già specificato che, e la cosa deve far pensare, in italiano non esiste un termine per l’uccisione del marito da parte della moglie, per cui si usa la parola “uxoricidio” curiosamente e a dispetto dell’etimologia anche per estensione).

Ispirato, almeno quanto alla scena fondamentale, al romanzo di Zola esce negli Stati Uniti nel 1925 un romanzo che farà epoca: An American Tragedy, di Theodore Dreiser. La storia è nota, e venne tratta da un fatto di cronaca celeberrimo: la morte nel 1906 di una ragazza, Grace Brown, annegata in un lago dove era stata condotta dal suo amante, Chester Gillette. La ragazza era, all’epoca, incinta di Gillette. Il processo che ne seguì fece epoca, non era chiaro, in definitiva, se si era trattato di un incidente o di un omicidio. Dopo due anni, riconosciuto colpevole, Gillette venne messo a morte.

È da lì che partì Dreiser, facendo del fatto di cronaca (che aveva ispirato anche celebri ballads come The Ballad of Grace Brown and Chester Gillette) una riflessione amara e senza ripensamenti sulla corsa al successo e al facile denaro, tipica, secondo lui (che si iscrisse anche a Partito Comunista), della società americana. Clyde Griffiths è nel romanzo un giovane spiantato, che lavora in una fabbrica dove conosce Roberta Alden, una ragazza di modeste condizioni di cui diviene amante. Ma, nel frattempo, di lui si è innamorata la figlia del proprietario della fabbrica, ricchissima e molto più bella della povera Roberta. La quale, un giorno, viene a rompere l’incanto rivelandogli di essere incinta. Disperato per la possibilità che il suo matrimonio con l’ereditiera vada ormai a rotoli, senza soluzioni in vista anche per l’insistenza di Roberta che quasi lo ricatta, Clyde invita la ragazza a una gita sul lago. Lì, proprio come in Thérèse Raquin, ma a parti invertite, succede qualcosa di poco chiaro: la barca si ribalta, e Roberta annega.

Omicidio o fatalità ? Certo è che (e su questo Dreiser è implacabile) il desiderio di morte in Clyde c’era. Il processo che seguirà lo vedrà colpevole. Anche qui, il cadavere nel lago ha avuto la sua vendetta, come quella voce che sempre ritorna nelle orecchie a Clyde, la voce di Roberta che sta annegando:

Her frantic, contorted face turned to Clyde, who by now had rigate himself. For she was stunned, horror-struck, unintelligibile with pain and fear – her lifelong fear of water and drowning and the blow he had so accidentally and all but unconsciously administred.– Help ! Help !Oh my God, I’m drowning. Help ! Oh, my God.Clyde ! Clyde !And the voice at his hear!

Dal romanzo, come si ricorderà, venne tratto nel 1951 un celebre film di George Stevens, A Place in the Sun (Un posto al sole), con Montgomery Clift, Shelley Winters ed Elizabeth Taylor. Ma il romanzo era già famoso da tempo, e aveva ispirato un’opera teatrale nel 1926 e un film nel 1931, American tragedy (anche Eisenstein scrisse un adattamento per un film che poi non si fece). A tal punto che nel 1932 i Fratelli Marx nel film Horse Feathers inseriscono questa scena : Groucho porta una signora in barca sul lago, e dice: «You know, this is the first time I’ve been in a canoe since I saw the American Tragedy». Spostandolo su un piano diverso e in ambienti diversi, Woody Allen nel 2005 ne ha tratto un mirabile film, Match Point, in cui una volta tanto l’uxoricidio ha una fine felice, per l’uxoricida, intendo. Che saggiamente non aveva scelto l’annegamento, però, ma un più sbrigativo colpo di fucile. E nel 1974 Francis Ford Coppola nel Padrino - Parte II - si ricorda certamente di Dreiser quando fa uccidere per conto del padrino Al Pacino, questa volta sul lago Tahoe, il traditore fratello Fredo (John Cazale) gettato giù dalla barca, in modi non dissimili da quelli già visti finora.

Il luogo comune quindi era fortemente ribadito. Alla base di tutto potrebbe esserci un adattamento del motto stoico pereant ne peream, cioè, appunto, pereat ne peream, nel nostro caso. Anche se, come si è detto più volte, qui il “perire” dell’uxoricida è soltanto rimandato, di solito, salvo che in qualche rilettura per lo più ironica.

Ma i luoghi comuni sono duri a scomparire. Perché nel 1921, e quindi quattro anni prima della Tragedia americana e perciò indipendente da quella (ma non da Zola) esce a Milano da Treves un romanzo del critico Giuseppe Antonio Borgese, Rubè. Che è la complicata storia di Filippo Rubè, un giovane che Svevo avrebbe definito un inetto, che passa attraverso la Grande Guerra e le prime manifestazioni fasciste e socialiste alla ricerca di un suo “posto al sole”, sballottato dagli eventi. A un certo punto del romanzo, alla fine della parte terza, Filippo e Celestina Lambert, moglie di un generale che lui ha già incontrato, si ritrovano a Stresa; e lì, scoppiata la passione, decidono di andare insieme – disgraziatamente – alla solita gita in barca sul lago. Luogo (scusate il bisticcio) da evitare accuratamente, come già si sarà capito anche sulla scorta di Groucho Marx. E lì accade l’inevitabile:

Il vento e il peso a mano manca avevano per metà rovesciato lo scafo, e il busto di lei era traboccato col capo all’ingiù dentro l’acqua. Nel mentre egli si sporgeva su di lei per afferrarle le braccia e trarla su, la barca si rovesciò del tutto e picchiandolo sulla schiena lo mandò a fondo.Egli non aveva perduto il ginocchio di Celestina e lo stringeva con prepotenza al petto. Siccome ne era imbarazzato, lasciò scorrere un poco la gamba e serrò fra braccio e petto la caviglia. Con l’altro braccio sbracciava per tornare a galla, e appena aveva divorato un sorso d’aria il peso lo tirava un’altra volta in giù. […]Era certamente vicinissimo a riva e le onde lo scagliavano sempre più vicino. Era salvo. Erano salvi. L’essenziale era di “non mollare” Celestina. di non farla morire affogata come fanno i sultani nel Bosforo con le odalische infedeli. Pochi minuti di respirazione artificiale avrebbero risuscitato la naufraga.Un ostacolo invisibile gli contese il corpo che trascinava. Dovette abbandonarlo.

Rubè non è, a rigor di termini, un uxoricida – anche se, freudianamente, quel lasciare il ginocchio scivolare e quell’ostacolo potrebbero essere visti come un lapsus. Accusato di omicidio e assolto, la sua vita non sarà più la stessa, esito che sembra tipico di tutti gli uxoricidi per via d’acqua. Dà appuntamento, tempo dopo, a sua moglie a Bologna, alla stazione, ma per un disguido i due non si incontrano. Gironzolando senza saper che fare incappa in una manifestazione socialista (siamo subito nel primo dopoguerra), si avvicina, e viene travolto da una carica di cavalleria della polizia, che lo uccide. Sarà così rivendicato martire sia dai socialisti che dai nazionalisti fascisti, visto che aveva partecipato alla Grande Guerra e alle prima adunanze delle camicie nere, anche lì trascinato da un suo vecchio compagno d’armi.

E allora, in fine, dobbiamo concludere che non c’è speranza per le povere mogli o amanti travolte dalle onde ?

Non sempre. In Scoop (2006) il geniale Woody Allen mette in scena un thriller improbabile ma divertente, dove una giornalista in erba, la deliziosa Scarlett Johansson, riesce ad attirare le attenzioni di un bellimbusto ricchissimo che la salva in piscina (lei non sa nuotare). Alla fine, quando lui si accorge che lei ha scoperto la sua segreta attività di serial killer, la annega nella solita gita in barca. Ma ecco che lei riappare, e lo “incastra” con il suo scoop: in realtà sapeva benissimo nuotare, e all’inizio aveva solo finto di non esserne capace solo per avvicinarlo.

Davvero in conclusione, una nota umoristica. In uno spassoso film del 1971, The New Leaf (in italiano tradotto come È ricca, la sposo e l’ammazzo), Walter Matthau, nobile spiantato e inveterato single, decide però di sposarsi con una ricchissima ragazza (Elaine May, anche regista) per ereditarne il patrimonio dopo averla uccisa. La donna, imbranata e ingenua come poche ma bella, è una professoressa universitaria di botanica, tutta rivolta alla scoperta di una nuova e mai trovata piantina (una nuova foglia, appunto). Dopo comici tentativi di farla fuori (per esempio lui conta molto sui diserbanti, ma la donna non ne ha perché è favorevole al metodo naturale), i due vanno in una landa desolata nei boschi per una spedizione naturalistica. Il cinico e divertentissimo Matthau la invita a una gita in canoa – guarda caso. Ma la donna, innamoratissima, ecco che scopre la “nuova foglia”, e le dà il nome di lui, Henry. Colpito da questo gesto inaspettato, quando tutto procede come dovuto e la canoa si ribalta, Henry a dispetto del topos e del canone la salva dall’annegamento, preludio a una vita di felicità.

Se ne deve dedurre che è meglio non annegare la moglie? Probabilmente sì. Specialmente quando è ricca e bella. Il fatto che insegni all’università potrebbe essere un’aggravante, ma ogni tanto su qualche particolare si può anche sorvolare.

Forse.