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2016/04/29

5 per 1000



E’ bello poter donare una piccola parte delle imposte che siamo obbligati a pagare a qualche Ente benemerito, ma ormai sia arrivati vicini all’assurdo. 

In questo periodo siamo infatti sommersi da decine di richieste, mail, lettere e stampati, spot pubblicitari e fascicoli illustrativi, telefonate, inserzioni, deliziosi caroselli e pubblicità in TV tutti che ci invitano a sottoscrivere e dare. 

Dall’Unicef che garantisce “la più fantastica dichiarazione fiscale del mondo” (ma non pubblica i suoi bilanci) a decine di enti no profit, benemerite iniziative assistenziali, Caritas diocesane fino a tutto un campionario di enti di assistenza a malati di ogni ordine e grado. 

Una mobilitazione di visi famosi, cantanti e medici, tutti che invitano a donare. Se i politici non osano più apparire per pubblica decenza non c’è un attore che non abbia doverosamente scelto una nobile causa e ce lo comunichi a suon di spot: sembra una campagna elettorale!. 

Tutti vogliono il nostro cinque per mille, ma un contribuente normale non può stabilire se abbia più ragione e necessità l'associazione del malato di sclerosi multipla rispetto a quella che promuove la ricerca sul cancro, oppure chi combatte la fame nel mondo, difende il clima o il territorio.

Certo va aiutata la ricerca, ma in quale direzione se tutte le sigle sembrano bisognose di affetto e soprattutto si dichiarano indistintamente nei guai per una cronica mancanza di fondi?

Ma è un concetto corretto che per tenerle in piedi diventi indispensabile il nostro 5 x 1000 e non debba invece intervenire un metodo di aiuto pubblico che sleghi gli enti no-profit da questa incessante e un po’ imbarazzante richiesta di elemosine senza poter determinare classifiche di merito? 

Come scegliere d'altronde tra l'arte e i senzatetto, il museo o la squadra di calcio della città e gli immigrati, il fondo missionario o l’assistenza ai bambini malati o con handicap?

Forse, per cominciare, tutti quelli che chiedono dovrebbero depositare e pubblicare i propri bilanci e il ministero verificarli prima di ammetterli alla questua (vi sono note filiali umanitarie dell'ONU - quelle che vanno per la maggiore in TV - che consumano in strutture, stipendi, uffici e spese di organizzazione l'80% dei fondi raccolti), ma soprattutto non è più tollerabile questa incontrollata “caccia al 5” che costa cifre spaventose visto che cartiere, emittenti, giornali, "testimonial" e vetrine internet non lavorano gratis e forse alla fine costano di più per essere attivate che non gli introiti, somme che vengono accreditate – fra l’altro - con anni di ritardo.

Nessuno sa quanto si incassi rispetto a quanto costano le campagne pubblicitarie e soprattutto come siano poi spesi i fondi raccolti, detratte le percentuali che - appunto - finanziano la pubblicità. Al peso di dover pagare le imposte si contrapponeva almeno il pensiero di fare un’opera buona, ma adesso c’è soprattutto l’angoscia di non poter ovviamente arrivare ovunque e con il dubbio se il nostro contributo sia destinato alla fine a essere speso bene.

2016/04/19

Gianroberto Casaleggio


La morte inaspettata di Gianroberto Casaleggio mi ha lasciato turbato perché in questi anni alla fine è rimasta una persona determinante eppure riservata e nascosta nel mondo politico italiano. 

Credo che in molti si siano chiesti quanto alcuni suoi atteggiamenti abbiano contato nel programma di Grillo, quali capacità strategiche avesse come persona e se e quanto davvero credesse in un rinnovamento del sistema politico da portare avanti con il M5S. 

Peccato – oltre ovviamente all’aspetto umano – che se ne sia andato in incognito alla vigilia di avvenimenti importanti e di una svolta nel sistema politico italiano che temo, se con Renzi passerà ad ottobre il suo referendum costituzionale, si cristallizzerà in una sorta di regime personale.

Ho apprezzato molto quel coro “Onestà” ai funerali di Casaleggio e spero che non resti uno slogan e che il M5S creda davvero fino in fondo alla necessità di una opposizione seria, corretta, puntuale, in attesa che lo capisca anche quel che resta del centrodestra e si comporti di conseguenza.

2016/04/08

CHI FINANZIA IL TERRORISMO?


Pasqua di sangue per i cristiani morti a Lahore, in Pakistan, vittime già dimenticate – insieme a molti musulmani – di una violenza cieca ed assurda. Il moltiplicarsi degli attentati nel mondo e la presenza dell’ISIS in molti paesi pone però anche il problema a livello internazionale su chi e come si finanzia il terrorismo. 

In questo senso se l’Italia è stata per ora immune da attentati di grande visibilità vi sono però indizi dell’esistenza di focolai terroristici in Italia, in particolare a Milano, che dovrebbero far riflettere non solo gli specialisti di finanza nei servizi segreti italiani. 

Come sottolinea da tempo Giuseppe Pennisi in una serie di interventi su “Avvenire”, “Formiche” e “Sussidiario” si sa che l’economia “sommersa” è una delle fonti privilegiate del terrorismo in Europa (e in Italia in particolare, a ragione dell’ entità del sommerso nel Pil). Quando il terrorismo era di matrice Al-Qaeda, si parlò a lungo di un fenomeno poco studiato: la micro-finanza del terrorismo che spesso si annida in una rete articolata e molto diffusa dietro il paravento di fondazioni e associazioni islamiche ufficialmente a scopo caritatevole. 

Ciò non vuol dire che tutte le moschee sono ruscelli che alimentano il fiume del terrorismo, ma che spesso attorno alle moschee più radicali si sviluppano fonti di finanziamento singolarmente forse modeste, ma che rappresentano un sostegno importante per una rete disseminata sul territorio. Le fonti principali erano e sono però ancora i Paesi arabi, “amici” (anche se formalmente alleati con l’Occidente) che supportano queste fondazioni (a volte in quanto integralisti, a volte perché sotto ricatto). In questo senso – sottoliea ancora Pennisi - la riunione annuale della World Islamic Banking Conference (l’ultima si è svolta lo scorso dicembre a Manama, capitale del Bahrain), è una sede importante di raccordo in cui tra una preghiera e l’altra e tra un tè e l’altro, si parla d’affari. 

L’associazione conta ben 32 istituzioni bancarie islamiche e da anni è sede dei più importanti organismi internazionali per lo sviluppo della finanza islamica nel mondo: l’Aaoifi, che promuove standard unici per i principi contabili e di governance per le banche che seguono la sharia; il Lmc che sviluppa un mercato interbancario islamico; l’Iifm dedicato alla integrazione di un mercato di capitali del mondo islamico. Alla riunioni non mancano banchieri e consulenti finanziari occidentali, esclusi però dalle sessioni a porte chiuse dedicate agli “impegni” per le fondazioni “culturali” (e non solo) di proselitismo e di difesa dei valori della sharia.

Già dieci anni fa un documento dell’amministrazione finanziaria degli Stati Uniti sui capitali all’estero della rete terroristica avrebbe documentato che una buona parte dei 3 miliardi di dollari appartenuti al Governo di Saddam Hussein già depositati in banche estere soprattutto in Siria, Libano e Giordania sono finiti non si sa dove e che queste risorse finanziarie erano state accantonate sia per il supporto alla guerriglia in Iraq sia per finanziare il terrorismo. 

Molte cose nel frattempo sono cambiate: il Califfato dispone oggi di riserve petrolifere e di greggio destinato al mercato nero in Occidente e in Estremo Oriente. Quindi è abbastanza autosufficiente per le proprie esigenze “statuali” (chiamiamole così) e per le forze armate. Inoltre, le “cellule” sparse in Europa operano con “terrorismo lowcost”. Si stima che la strumentazione terroristica per gli attentanti a Parigi abbia avuto un costo di 20.000 euro e quella per gli attentati a Bruxelles di 15.000 euro; li si finanzia con la questua nelle moschee (un crowfunding terroristico), con lo spaccio di droga e con il “pizzo” in certi quartieri (come potete immaginare anche a Bruxelles...). 

Un campo relativamente nuovo e di grande interesse è quello dell’analisi economica dell’impiego di kamikaze reclutati tra giovani cresciuti in ambiente occidentale oppure “occidentalizzato” (i palestinesi nati e diventati adulti in Israele) dove giovani musulmani esaltati, cresciuti negli Usa o in Europa oppure nelle aree più occidentalizzate del Medio Oriente, lo compiono non per andare in un Paradiso (in cui spesso non credono affatto), ma per sconfiggere il nemico in una guerra millenaria in cui l’intrusione occidentale avrebbe, agli occhi loro e dei loro maestri, tolto il primato economico, scientifico e culturale dell’Islam. Lo scontro con le libertà, la democrazia e il mercato rende più acuta la decisione di commettere gesti estremi come il suicidio-eccidio. 

Ciò spiega la scelta di terroristi istruiti (oltre che probabilmente laicizzati) per le missioni più importanti. Attenzione: il suicidio-eccidio è contrario al Corano dove si prescrive che l’uomo non deve uccidere “neanche una formica” e la “guerra santa” è consentita unicamente per la riconquista e difesa dei “luoghi sacri”. Il kamikaze o è imbevuto di eresia, ossia di un’interpretazione distorta del Corano, oppure considera il suicidio-eccidio come strumento di una guerra laica tra civiltà necessariamente in forte contrapposizione. Dobbiamo renderci conto che il contenimento del terrorismo è un “dovere pubblico internazionale”, che non può essere fornito da un solo Paese e di cui beneficia tutta la comunità mondiale.

Dopo le risoluzioni Onu anche Siria e Libano hanno dato la loro disponibilità a operare di concerto con il resto del mondo per bloccare i soldi del terrore. Ciò implica vigilare su conti sospetti di “cellule” terroristiche dovunque esse siano ma questo significa anche una necessaria e ben maggiore vigilanza bancaria. 

Si sente spesso questa frase in tempi di lotta al terrorismo:

Anche se non tutti i musulmani sono terroristi, la gran parte dei terroristi sono musulmani.

Sappiate che si tratta di una frase del musulmano saudita Abdel Rahman al Rashed che all’epoca dell'intervista di Oriana Fallaci era direttore della televisione Al Arabiya e futratta da un suo editoriale e riportata nel libro “Oriana Fallaci intervista se stessa – L’apocalisse”.