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2016/10/28

Lettera alla UE con affetto dall'Italia!


Facciamo che quest’anno all’Ue non gli diamo un centesimo. 

Niente di niente. 
Né quest’anno né per i prossimi cinque. 

Dopodichè quei 14 miliardi e mezzo che versiamo, in media, ogni anno all’Unione europea li destiniamo, tutti quanti, al risanamento del territorio. Per sventare, ove e quando possibile, il drammatico rischio idrogeologico e per attrezzare le aree più pericolose con il meglio della tecnologia esistente al mondo nella prevenzione dei terremoti. Facciamo, cioè, per una volta davvero qualcosa per noi tutti. Per noi e per la nostra bellissima e sventurata Italia. Facciamo in modo che quel che si può prevenire lo si prevenga e non solo a parole.

E quel che si può rinforzare, sostenere, strutturare lo si faccia col meglio dei materiali e delle professionalità reperibili. A pensarlo sembra semplice. E pure fattibile. In realtà ci vuole una ferrea volontà politica. La capacità di una visione. Di un futuro. Che poi è ciò che qualificherebbe un leader e una forza politica. Tempo da perdere non ce n’è. E il disastro lo vedono pure i burocrati Ue. Interi borghi spazzati via, intere comunità in ginocchio e l’assoluta certezza che l’evento più imprevedibile ed implacabile si ripeterà: non si può continuare così. 


Non si può più nell’era digitale, nel millennio dell’intelligenza artificiale continuare a vedere certi disastri. Non ce la si fa più a soppportare dapprima il terremoto, poi i servizi e le analisi sul terrore e sulle lacrime e quindi l’immancabile impegno sui fondi per la ricostruzione. Perchè neppure hai finito la raccolta e organizzato il lavoro che subentra un altro sito, un’altra devastazione. 

Perciò, all’Ue dei burocrati mandiamogliela noi una bella letterina. Una garbata missiva nella quale spieghiamo che quei soldi destinati al funzionamento Ue, insieme ad almeno altrettanti che lo Stato italiano dovrebbe anch’esso mettere in campo, serviranno, da adesso in poi, per porre l’Italia in sicurezza. Tutta l’Italia. Un piano particolareggiato che ci affranchi dalla peggiore delle paure: morire seppelliti dalle nostre stesse case. 

Facciamolo per davvero, non solo parole ma fatti.

Scriviamolo al signor Juncker e pure alla signora Merkel. L’emergenza è qui. È adesso. È l’Italia. E non ci può essere alcun problema di burocrazia, di conti da rispettare o di tetto al deficit che non si possa sforare. Il tetto a tanti nostri concittadini gli è già cascato addosso.

2016/10/24

Un pezzetto di storia....


Per un bambino, nell’Emilia dei primi anni Cinquanta, la politica era una cosa semplificata, netta, c’erano i comunisti e gli anticomunisti e se crescevi in una famiglia come la mia, i primi volevano la rivoluzione, toglierti la casa, distruggere la chiesa e avevano ucciso i nostri soldati in Russia, mentre gli altri – i nostri – ci difendevano da tutto ciò e gli americani erano quelli che ci avevano salvato dal disastro dell’entrata in Guerra. 

“Eravamo una grande Nazione rispettata, il disastro è stata la Guerra”, diceva mio padre nelle riunioni di amici che, allora, molto spesso ricordavano le storie personali vissute sui vari fronti. Quando Trieste tornò all’Italia i miei genitori partirono con la 1400 imbandierata dal Tricolore ed andarono là a festeggiare e ne ho un ricordo molto vivo (e qualche spezzone di film 8 millimetri) perché la commozione e l’entusiasmo con cui partirono, mi fece sentire che doveva essere una cosa molto importante e bella. 

Il Borghese di Longanesi, il Candido di Guareschi erano letture abituali in casa e anche lì non vi era una differenza avvertibile tra quelli che erano gli anticomunisti, per uno che aveva sei, sette anni. Poi cominciai a distinguere e il quadro a essere molto meno nitido. Con estremo stupore scoprii che mia madre monarchica sentimentale aveva votato repubblica. Perché? le chiesi, perché De Gasperi aveva detto che altrimenti ci sarebbe stata la rivoluzione, fu la risposta e non solo lei, ma anche mio padre che, per restare fedele al giuramento al Re, era stato comandante delle Fiamme Verdi nei lunghi inverni della guerra civile. Il che voleva poi dire rischiare di essere ammazzato da due parti.

E scoprii anche che l’America, nostra amica e benefattrice, era stata in guerra contro di noi ed alleata della Russia e che dunque non avevamo fatto guerra solo all’Inghilterra. Quando c’era casino (molto spesso in quegli anni) a casa nostra la sera venivano i dirigenti della società termale che mio padre presiedeva, il tenente dei carabinieri, il prete, mentre proprio dall’altra parte della strada, alla camera del lavoro, le luci erano pure accese, con il sindaco e i dirigenti comunisti e sindacali, il nemico insomma. 

Era un po’ Peppone e Don Camillo (ma serio purtroppo) e d’altro canto mio padre mi accompagnò a Brescello a vedere le riprese di un episodio della serie e ad incontrare Guareschi di cui era amico. Eppure ogni tanto tornava a Reggio Emilia e non solo ad incontrare i vecchi amici della Dc di cui era stato segretario negli anni durissimi attorno al ’48, ma anche per partecipare a qualche raduno partigiano, dove c’erano pure i comunisti, nonostante l’avversione che nutriva per loro, riaccesa dai fatti d’Ungheria. 

Cominciai a capire che le cose non erano semplici, come quando chiesi a mio padre che cosa avesse provato nel ’43 alla caduta di Mussolini, “ho pianto” mi rispose , “eri fascista ?“, “No, non lo ero più, ma voleva dire che avevamo perduto la Guerra”. Dunque l’Italia, restava l’Italia a prescindere dalle cose politiche. Cominciai proprio allora a scoprire che c’era anche l’MSI, che non era una semplice parte dello schieramento anticomunista, come credevo, ma si rifaceva al fascismo storico, che per me era solo un’epoca molto lontana e un po’ mitologica. Anche alcuni episodi familiari me lo fecero individuare, un autista delle terme, missino sfegatato, che mi raccontava come nel golfo di Napoli nella rivista navale del ’38, ad un cenno del duce cento sommergibili fossero emersi contemporaneamente (a me sembrò esagerato, ma controllai, era vero) e sopratutto il maestro Pizzati, consigliere comunale, che nella nostra scuola elementare, all’ora di ginnastica, faceva talvolta marciare inquadrati i suoi scolari al suono dell’inno della Marina suonato da un grammofono. 

Io, che ero di un’altra sezione, in quegli anni allietati da molti bambini, li invidiavo molto. Intanto crescevo e i discorsi che in casa si aggiornavano alla situazione, cominciavo ad apprezzarli meglio. Insomma perché non possiamo restare al centro, diceva mia madre, perché non abbiamo più i voti e allora è meglio aprire a destra si sentiva rispondere. Erano gli anni di Segni e poi venne Tambroni. Mio padre capì che era un tornante decisivo e, anche se da troppo tempo fuori dalla politica attiva, fece tutto ciò che poteva per evitare la caduta del governo, non servì, la sinistra democristiana si unì ai laici contro Tambroni, il congresso dell’MSI non si tenne e la democrazia parlamentare fu sconfitta dalla piazza.

Cominciai allora a comprare qualche volta il Secolo – Pizzati vigilava che almeno alla cartolibreria Bonatti ci fosse sempre- sentendomi molto coraggioso per questo ed anche assaporando un po’ il fascino del proibito. Avevo tredici anni e non immaginavo che poi ci avrei anche scritto. Nel ’61 ci trasferimmo a Roma e intanto la DC, a Napoli, apriva a sinistra. Mio padre andò fuori dalla grazia di Dio ed io reagii andando al Partito Liberale dove, aumentandomi di un anno l’età, potei iscrivermi alla gioventù liberale. Divoravo libri sul Risorgimento, sulla Rivoluzione francese, sulle due guerre e, ormai, sapevo bene cos’erano i missini e li stimavo. Ero un liberale convinto (lo sono tuttora) ma non potevo non essere attratto dalla Giovane Italia per il coraggio, perché avevano tutto contro, il numero, la grande stampa e anche l’opinione pubblica internazionale, eppure non badavano al loro personale interesse e neanche al pericolo. Era anche una destra occidentale, atlantica, liberista, Arturo Michelini, Gastone Nencioni, Pino Romualdi, avrebbero benissimo potuto entrare nel novero delle destre presentabili, ma, come dicevano, non volevano restaurare, ma neanche rinnegare.

Erano sempre in molti, nel centro, a mantenere rapporti con la destra politica (anche perché era un centro inesistente, composto in realtà per tre quarti da gente di destra e da un quarto di sinistra) come si poté vedere per l’elezione di Segni e Leone, ma lo facevano di nascosto, negando sempre, io no. Io propugnavo apertamente la Grande Destra dentro il PLI, (ed eravamo molto pochi) e soprattutto l’applicavo nel mio ambito, come quando al liceo si formò l’alleanza liberali, monarchici, missini, da me guidata , con Guido Paglia e Antonio Galano, che non mi fece molto amare, ma che vinse le elezioni nella scuola, il Castelnuovo, più rossa di Roma. La mia giovinezza fu poi simile a quella di tanti giovani affascinati dalla politica, comizietti, manifesti da attaccare (anche nella Fontana delle Najadi, reato spero prescritto) interminabili discussioni politiche, lotte interne e anche qualche rischio fisico (sì, i giovani liberali erano molto meno bersaglio, ma anche molto più soli) c’erano però anche ardite missioni nel campo avverso che mi portarono ad avere le prime morose tutte di sinistra. Comunque i liberali non erano perseguitati, anche quando erano politicamente scorretti, anche quando parlavano, come me e Savarese a Radio alternativa di Teodoro Bontempo, dove incontrai un giovanissimo Fini, una quindicina d’anni prima dell’avventura di AN. Non eravamo discriminati o almeno non sempre e dappertutto, potevamo confrontarci con i nostri coetanei di sinistra senza essere oggetto di aggressioni praticamente scontate.

Feci anche in tempo a farmi eleggere all’organismo rappresentativo universitario, l’ORUR, e ad impedire, in accordo con la Caravella, che nascesse una giunta tra comunisti, socialisti, cattocomunisti e liberali di sinistra. Poi il ’68 spazzò via goliardia ed elezioni. Militai con altri amici nella confedereazione studentesca e poi in quella nazionale, ma oramai i partiti di centro cominciavano a perdere la bussola. Da Moro fino a Zanone, erano la solidarietà nazionale e l’arco costituzionale che si imponevano ed io non c’entravo proprio nulla con tutto ciò e, d’altro canto, pure la destra stava cambiando, il riflesso condizionato di appoggiare sempre e comunque i moderati in funzione anticomunista era sparito e anzi i DC e i laici erano visti quasi peggio dei compagni. Inoltre la facoltà di fisica non era uno scherzo ed era assai poco compatibile col tempo perso con la politica e decisi di laurearmi buttandomici a corpo morto, anche se non immaginavo che quella parentesi che pensavo breve, sarebbe durata un ventennio per effetto dei soggiorni all’estero. Sì, andai a sentire memorabili comizi di Almirante, telefonai da Ginevra a tutti i politici che conoscevo, perché non appoggiassimo acriticamente l’Inghilterra contro l’Argentina, feci campagna tra gli anglosassoni per Reagan, sostenni anche la Dc per evitare il sorpasso, criticai aspramente Bon Valsassina quando mi avvertì della scissione di Democrazia Nazionale, ma insomma non ero in politica e non pensavo di rientrarci, perché non mi piaceva più.

Fino a quando Segni non se ne uscì col collegio uninominale, vecchio simbolo dell’Italietta risorgimentale ed io mi riattivizzai, fino a scrivere un pezzo per l’Italia Settimanale in cui dicevo che se avessimo vinto il referendum, la destra sarebbe uscita dal ghetto per forza di cose, fino agli incontri con Fini, Urso, Tatarella, Bocchino, Gasparri e alla campagna per il sindaco di Roma, fino ad AN. Ma questa è un’altra vicenda, una vicenda comune, della quale Gianfranco fu un grande protagonista. No, non sono mai stato iscritto al MSI, ma non è estraneo alla mia storia, come non è estraneo alla storia degli Italiani.

scritto da  per il Secolo d'Italia.